IL DARDO del 30 AGOSTO 2025 – SI RIPARTE… FERMANDO L’ASCENSORE INCLINATO

Con la fine della pausa estiva, Biella torna alla routine: c’è chi rientra rigenerato dalle ferie e chi, senza averle mai iniziate, si ritrova già davanti un nuovo anno di lavoro.
Eppure, anche nel pieno di agosto, non sono mancate le sorprese. Una, in particolare, è arrivata direttamente da Palazzo Oropa: la giunta comunale ha finalmente deciso di porre fine alla lunga e travagliata vicenda dell’ascensore inclinato, che qualcuno si ostina ancora a chiamare “funicolare”.
Se ne parla da anni: un’opera faraonica in termini di costi e una sfilza di imbarazzanti errori politici e tecnici. Da chi l’ha voluta e realizzata (l’allora sindaco Cavicchioli e l’amministrazione dell’epoca), a chi ha proseguito con un accanimento terapeutico nel tentativo di salvarla (il successore Corradino), fino a oggi, con la decisione dell’attuale sindaco Marzio Olivero di interrompere definitivamente l’esperimento.
Una scelta coraggiosa e, va detto, ragionevole. Dopo centinaia di migliaia di euro spesi tra manutenzioni, interventi straordinari e costanti blocchi tecnici, la chiusura dell’ascensore inclinato appare non solo sensata, ma necessaria.
La funicolare di Biella nasce all’inizio del Novecento come collegamento tra il centro e il Piazzo, diventando presto un simbolo della città. Nel corso del secolo ha subito numerosi interventi fino agli anni 2000, quando l’amministrazione Cavicchioli decise di trasformarla in un moderno ascensore inclinato.
Già allora, una parte della cittadinanza, guidata da Silvia Gilardi, cercò invano di opporsi al progetto. Il risultato fu la realizzazione di un impianto tanto ambizioso quanto problematico, caratterizzato da continui guasti e innumerevoli disagi per gli utenti.
La cronaca locale, per anni, ha raccontato casi di passeggeri bloccati all’interno delle cabine, al punto che qualcuno – con una certa dose di umorismo britannico – suggerì l’istituzione di una sede distaccata dei Vigili del Fuoco al Piazzo, per garantire soccorsi rapidi.
Oggi, più che mai, è necessario aprire una riflessione sui costi. L’opera è stata finanziata con soldi pubblici, e ai cittadini spetta il diritto di sapere chi ha approvato il progetto, chi ha validato i calcoli, chi ha supervisionato i lavori.
Non solo i politici coinvolti nelle varie fasi, ma anche i funzionari tecnici, pagati proprio per garantire la correttezza delle scelte amministrative. La domanda è lecita: chi rimborserà le cifre spese per un’opera che non ha mai davvero funzionato?
Sarebbe auspicabile la pubblicazione di un dettagliato rendiconto economico, dalla progettazione iniziale fino al 31 agosto 2025, comprensivo anche dei costi sostenuti per gli interventi di emergenza. Solo così i cittadini potranno avere un quadro chiaro del cosiddetto “buco di bilancio” generato da questa vicenda.
E ora? In attesa di un nuovo progetto, chi vorrà salire al Piazzo potrà contare – oltre che sulle proprie gambe – su una navetta alternativa. Il servizio avrà un costo di circa 250.000 euro annui, secondo i dati preliminari. Una spesa importante, certo, ma forse molto più sostenibile di quanto ci è costato finora l’ascensore inclinato.
La chiusura dell’impianto, dunque, non è un capriccio politico, ma una decisione basata su necessità tecniche ed economiche. Ed è anche un’occasione per ripartire – con più realismo e meno ambizioni mal calcolate – verso una mobilità cittadina più efficiente e sostenibile.
Utopia? Forse. Ma dopo tutto ciò che abbiamo visto, sognare un impianto che funzioni davvero non sembra poi così irragionevole.

@guidodellarovere