Nel microcosmo del Biellese ci sono figure che lasciano il segno non perché cercano il consenso, ma perché scelgono di essere autentiche, fino in fondo. Walter Leotta era una di queste. Per molti era il giornalista del bisettimanale La Provincia di Biella, un uomo dalle posizioni nette: anticaccia viscerale, antifascista militante, animalista convinto. In breve, l’esatto contrario di ciò che sono io, del mio modo di pensare, delle mie passioni e del mio stile di vita. Eppure, proprio in questa totale e dichiarata divergenza, è nato tra noi un rapporto straordinario. Un legame fatto di confronti franchi, discussioni accese e persino reciproci insulti, ma sempre sostenuto da una lealtà rara e da una schiettezza assoluta.
Walter era un personaggio complesso, quasi paradossale, pieno di quelle sfumature che spiazzano chi si ferma alle etichette. Aveva persino il “difetto” di essere un interista sfegatato – e per me, juventino purosangue calcisticamente parlando , questo era forse il suo difetto più grande – ma non per questo ci univamo il diritto di parlare di calcio con ironia e passione. Mi piaceva stuzzicarlo, soprattutto sul suo passato. Quando volevo farlo arrabbiare sul serio, gli ricordavo che da giovane era stato un democristiano. Lui, con un mezzo sorriso, minimizzava sempre: diceva che lo aveva fatto solo perché all’epoca aveva bisogno di soldi, che per lui era un lavoro e non una fede politica. A me, però, importava poco della giustificazione; mi divertivo troppo a ricordarglielo, solo per vedere la sua reazione.
La sua anima anticaccia era totale. Ogni volta che mi telefonava per intervistarmi e raccogliere informazioni sul mondo venatorio, la conversazione seguiva un copione fisso. Prima di riagganciare, chiudeva sempre con la stessa battuta tagliente: «Spero un giorno di poter scrivere sul giornale che ti sei sparato nei gioielli di famiglia». E io, puntualmente, ribadivo che prima di fare una cosa del genere a me stesso, l’avrei fatta a lui. Ci salutavamo così, tra le risate e la provocazione.
Era un uomo di forti contraddizioni vissute con orgoglio. Aveva prestato servizio nella Polizia Penitenziaria, conservando una passione da collezionista di oggetti militari; allo stesso tempo, però, si professava un convinto antimilitarista e pacifista. Ma c’era un terreno neutro dove le nostre divergenze sfumavano: la moto. Abbiamo condiviso splendidi momenti legati a questa comune passione e ai viaggi, guidando una moto identica, la mitica BMW GS.
Oggi che Walter non c’è più, sento che mancherà profondamente a questa nostra comunità. Personaggi così diversi, spigolosi e “strani” sono il sale della nostra società biellese, custodi di una cultura e di tradizioni che si alimentano anche del contrasto. Chi ha voluto e ha potuto conoscerlo davvero, oltre la facciata delle sue battaglie, non potrà che ammettere la verità: Walter era una brava persona, un uomo con valori solidi, onesto e, soprattutto, leale. Ciao, “camerata” di discussioni. Mi avevi promesso che se portavo a Biella quel fascista del “Generale” mi avresti fatto la festa, ma il tempo, purtroppo, non ce ne ha dato il modo. Ora scorrazza tra i blindati dello sbarco di Normandia che troverai nei Campi Elisi sicuramente quello è il tuo Paradiso.
Guido DELLAROVERE
