Mentre le forze dell’ordine svolgono un lavoro straordinario di prevenzione e intelligence, sventando minacce che potrebbero insanguinare le nostre città, il sistema giudiziario italiano continua a rispondere con una leggerezza che lascia sbalorditi e preoccupati.
I fatti emersi in questi giorni sono d’una gravità inaudita: una ragazza egiziana di soli 17 anni, residente in Lombardia, è stata arrestata con l’accusa di appartenenza all’Isis e adesione al jihadismo. Nei suoi dispositivi digitali gli investigatori non hanno trovato semplici “ragazzate” o ingenuità da adolescenti, ma manuali operativi per confezionare cinture esplosive, istruzioni per ordigni artigianali e messaggi in cui dichiarava apertamente di voler compiere un «martirio in nome di Allah».
Di fronte a un quadro accusatorio di questo livello, con quale misura di sicurezza è stato risposto al potenziale pericolo? La Procura per i Minorenni ha chiesto legittimamente e doverosamente il carcere. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha invece deciso di respingere la custodia cautelare in un Istituto Penale Minorile, disponendo per la diciassettenne il semplice collocamento in una comunità giovanile.
Noi ci chiediamo: fino a che punto possiamo permetterci questo tipo di “delicatezza”?
Ci poniamo e poniamo alle istituzioni domande precise che non possono più essere evitate:
- Chi garantisce la sicurezza degli operatori e degli altri giovani ospiti presenti all’interno di una struttura comunitaria non predisposta al contenimento di soggetti radicalizzati?
- È ammissibile applicare la logica dell'”estrema ratio” e del recupero educativo a chi manifesta la volontà di addestrarsi per compiere stragi?
- Qual è il confine tra la tutela del minore e l’incolumità della collettività?
Non si tratta di accanimento verso una minorenne, ma di prendere atto della realtà: il terrorismo di matrice jihadista sfrutta da anni le pieghe del diritto occidentale e la vulnerabilità dei giovanissimi per infiltrarsi ed agire. Trattare una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale come un banale caso di disagio giovanile da riabilitare con la “pedagogia del sorriso” è una scelta miope e rischiosa.
La giustizia deve essere corretta, ma non debole. Quando in gioco c’è la sicurezza dei cittadini e la tenuta dello Stato, la fermezza non è un’opzione: è un dovere incrollabile. Futuro Nazionale continuerà a chiedere regole certe, pene adeguate e una magistratura che metta al primo posto la difesa degli
Guido DELLAROVERE

