IL DARDO del 22 LUGLIO 2026 – Satira «soggetta a licenza»: se la fa la sinistra è genio, se la fa Vannacci è odio

L’arena romana e il cortocircuito ideologico del politically correct di fronte all’uso dell’Intelligenza Artificiale.

C’era una volta un principio fondamentale del dibattito democratico moderno: il diritto alla satira, all’iperbole visiva e all’ironia politica. Un dogma che la sinistra italiana ha sbandierato per decenni come un trofeo intoccabile, erigendosi a custode suprema della libertà d’espressione. Poi, però, è arrivato il Generale Roberto Vannacci. Anzi, per essere precisi, è arrivato un video generato dall’Intelligenza Artificiale che lo ritrae nei panni di un gladiatore nell’arena dell’Antica Roma.

Il risultato? Apriti cielo. L’opposizione progressista, improvvisamente spogliata del proprio storico monopolio della provocazione, si è subito trasformata in un tribunale d’inquisizione. Quel filmato digitalizzato — dove, col gesto metaforico del pollice verso, si decreta la disfatta politica di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini — è stato istantaneamente bollato come «incitamento all’odio», «violenza politica» e «attacco eversivo alle istituzioni».

La doppia morale del politically correct, assistiamo così all’ennesimo e grottesco cortocircuito ideologico. Se un comico o un vignettista «organico» alla sinistra mette alla berlina gli avversari di centrodestra con battute pesanti o caricature grottesche, si tratta di «alta arte di denuncia», «irriverenza necessaria» e «freschezza democratica». Se invece a ricorrere all’iperbole, per giunta con i nuovi strumenti tecnologici dell’IA, è un personaggio non allineato alla loro ortodossia, la satira perde magicamente ogni dignità e si tramuta automaticamente in un reato di lesa maestà.

Poco importa che nel video non vi sia una sola goccia di sangue, non vi sia alcuna zuffa o violenza reale e che la scena sia un chiarissimo espediente allegorico per rappresentare il giudizio elettorale. La sinistra non tollera che altri utilizzino il linguaggio dei social e della provocazione con la stessa disinvoltura con cui loro pretendono di fare la morale agli italiani da cinquant’anni.

«Non c’è una sola goccia di sangue o una morte esplicita. Si tratta di pura allegoria visiva e satira politica. Ma quando a farla siamo noi, scatta l’allarme democratico a comando.»

L’ostinata caccia alle streghe digitali, come risposto con fermezza dallo stesso Vannacci di fronte al perbenismo di maniera, questo tipo di reazione assomiglia sempre più a un riflesso condizionato di censura orwelliana. Incapaci di contrastare le idee nel merito e di offrire risposte concrete ai problemi reali della gente — sul lavoro, sulla sicurezza, sul territorio — ci si appiglia al pixel, al fotogramma e al software di intelligenza artificiale per scatenare crociate moralistiche di facciata.

Satira a targhe alterne, la morale di questa farsa è fin troppo evidente: per la sinistra italiana la satira è un diritto sacrosanto, liberatorio e intoccabile… ma soltanto quando sono loro a farla. Quando la provocazione arriva dalla parte opposta, diventa improvvisamente odio, sovversione e pericolo fascista. Una doppia morale patetica a cui, da Biella a Roma, con Futuro Nazionale non intendiamo e non intenderemo mai piegarci.

Guido DELLAROVERE