IL DARDO del 6 SETTEMBRE 2025 – ALLE SORGENTI DEL PO CON BANDIERA E CONTRADDIZIONI.

Come da tradizione – ormai più folcloristica che politica – anche quest’anno il primo sabato di settembre si è celebrato il pellegrinaggio padano al Pian del Re. Un rito che risale ai gloriosi anni ’90, quando il Senatur Bossi scoprì che la sorgente del Po poteva diventare la Betlemme della secessione del Nord.

All’epoca, bastava indossare una camicia verde, impugnare una bandiera con il Sole delle Alpi e gridare “Roma ladrona” per sentirsi rivoluzionari. Oggi, di quella fiammata ideologica è rimasta giusto qualche braciola, portata avanti da reduci nostalgici e qualche selfie tattico alle fonti del fiume sacro, magari con il tricolore sullo sfondo – giusto per non sembrare troppo estremisti agli occhi dell’algoritmo.

Già, il tricolore. Un tempo simbolo del nemico, oggi sfondo per Instagram. A coprirlo – letteralmente – ci hanno provato solo i leghisti biellesi, che prima dello scatto l’hanno occultato con una pietra. Un gesto goffo e infantile, ma coerente con una narrazione che si regge ancora sul mito della Padania “non italiana”.

Peccato che nel frattempo la Lega sia diventata tutto fuorché padana: ha perso il Nord, ha abbracciato il sovranismo nazionale e ha pure nominato vicesegretario un generale (Vannacci) che della Padania probabilmente non conosce nemmeno l’esatta posizione geografica. Figuriamoci le camicie verdi che al limite potrebbe confonderle con quelle dei Ranger del parco di Yellowstone

E mentre ai piedi del Monviso va in scena la sfilata dei duri e puri, a Roma gli stessi che inneggiavano all’indipendenza continuano ad occupare poltrone in Parlamento, in Regione, in Provincia, nei consigli d’amministrazione delle partecipate. A stipendio pieno, ovviamente. Altro che “lega” bossiani: qui si incassa in euro sonanti, con la benedizione dello Stato che si diceva “ladro”.

Non è coerenza, è marketing nostalgico. E se dev’essere folklore, allora almeno diciamolo chiaramente. Come le rievocazioni napoleoniche, o le feste medievali nei paesi di provincia: costumi, bandiere, simboli antichi, ma tutti perfettamente integrati nel presente.

Il problema nasce quando questo folclore si spaccia ancora per linea politica. Quando si finge ribellione mentre si vive di fondi pubblici. Quando si predica autonomia mentre si firma ogni delibera con la penna di Stato. E il bello è che il pubblico, almeno quello medio, ci crede ancora.

A questo punto, la soluzione più logica sarebbe urbanizzare il Pian del Re con un piccolo ponte simbolico: da un lato la rosa padana, dall’altro il tricolore. Così, anche i leghisti confusi potranno attraversare le proprie contraddizioni senza inciampare. Magari con l’inaugurazione in diretta social e Salvini a tagliare il nastro, come da manuale.

Del resto, se la Lega ha perso la Padania ma ha trovato i fondi del PNRR, non è mica andata così male.

@guidodellarovere