A parole siamo tutti patrioti. Tutti pronti a commuoverci davanti all’inno di Mameli durante le partite della Nazionale, tutti fieri delle nostre radici quando c’è da fare sfoggio di retorica istituzionale nelle ricorrenze comandate. Poi, però, basta un lenzuolo bianco appeso a una finestra con la scritta “L’Italia agli italiani” per far saltare sulla sedia la macchina del politicamente corretto. Immediatamente scatta il riflesso pavloviano del moralismo di professione: partono i comunicati di condanna, le accuse di razzismo, i ditini alzati di istituzioni e intellettuali che gridano allo scandalo. Una reazione scomposta che svela un’ipocrisia di fondo ormai intollerabile.
Dipingere come un atto d’odio quella che è, a tutti gli effetti, una banale ovvietà rappresenta una clamorosa forzatura ideologica. Dire che l’Italia appartiene agli italiani non è discriminazione; è pura logica, identità e buonsenso. In quale altro Paese del mondo esprimere l’appartenenza alla propria terra verrebbe criminalizzato in questo modo? Provate a esporre lo stesso concetto in Francia, negli Stati Uniti o in Giappone: nessuno si sognerebbe di gridare alla xenofobia. Da noi, invece, si preferisce processare le intenzioni di un gruppo di ragazzi, colpevoli solo di aver dato voce a un sentimento diffuso e profondamente radicato nella cittadinanza.
Questo episodio mette a nudo il distacco siderale tra i palazzi del potere e la realtà della strada. C’è un sentore ormai dilagante, che le élite fingono di non vedere: i cittadini vogliono semplicemente tornare a essere padroni a casa loro. Un desiderio legittimo che non nasce dal disprezzo per l’altro, ma dal bisogno di sicurezza, di tutela dei propri diritti e di rispetto per la propria storia. Quando lo Stato e le sue articolazioni si dimostrano più solerti nel censurare un lenzuolo che nel risolvere i problemi reali delle periferie, si crea una frattura insanabile.
La condanna istituzionale di questo gesto non è un atto di giustizia, ma una manifestazione di debolezza culturale. Si preferisce etichettare come “razzista” un messaggio identitario pur di non affrontare il nodo centrale: la perdita di sovranità quotidiana che molti italiani percepiscono sulla propria pelle. Questo finto perbenismo ha stancato. È tempo di smetterla con il patriottismo da parata, buono solo per i discorsi ufficiali, e di iniziare a rispettare chi, con coraggio e senza filtri, ricorda a tutti che una nazione esiste solo se difende i propri figli.

