IL DARDO del 27 LUGLIO 2026 – #Socomefunziona

Mi ero ripromessa di non scrivere più di centri di accoglienza: con quelli ho già dato, ed è da una storia come questa, dieci anni fa a Ronco, che è cominciato il mio percorso finito a Roma.

Poi leggi quel che si dice sul CAS di Muzzano e ti accorgi che si discute di tutto  la vocazione dei Salesiani, la quiete della Valle Elvo, le intenzioni di chi arriverà — tranne dell’unica cosa di cui si tratta: un appalto pubblico.

E per chi lo fa notare la risposta è pronta: razzisti mascherati da persone perbene.

Allora sono andata a cercare le carte. Il bando è del 4 aprile 2025 e fissa un valore massimo di 40.181.067 euro per l’intera provincia, opzioni comprese, su trentasei mesi.

L’aggiudicazione è del 17 luglio: contratti per 11.373.689 euro, quattro offerte, quattro vincitori. Lo stesso giorno, nella gara parallela per gli appartamenti, altri 8.777.390. Venti milioni firmati nel Biellese in una giornata, e in un anno nessuno ne ha scritto una riga.

Chi gestirà Muzzano è la cooperativa sociale Nuova Vita con sede a Torrazza Piemonte, in provincia di Torino. Struttura di via Ingegner Bertola 5, fino a cinquanta persone. Ma quel nome non l’ho trovato in un atto della Prefettura. L’ho trovato in una sentenza: il Consiglio di Stato, respingendo il 23 giugno il ricorso del Comune, lo scrive per esteso. E aggiunge che il decreto di aggiudicazione non era mai stato comunicato nemmeno all’amministrazione ricorrente. Ecco il punto.

Non manca la trasparenza: si ferma dove comincia il paese. Bando e importi sono pubblicati, a Bruxelles, nella Gazzetta europea. Chi arriva sotto casa, no: per saperlo un cittadino di Muzzano deve leggere una sentenza d’appello.

Nella stessa sentenza c’è un dato che nessuno ha citato: Muzzano aderisce al sistema SAI dal 2017 e ospita già sei persone. La quota ministeriale è di 2,5 posti ogni mille abitanti: per cinquecentocinquantasei residenti fa un posto e mezzo. Il paese ne ospitava quattro volte tanto. E c’è la spiegazione di tutto, che non riguarda la Prefettura di Biella. Il parere del Comune, scrivono i giudici, è obbligatorio ma non vincolante.

E l’articolo 5-ter del decreto legge 20 del 2023 ha cancellato il limite di permanenza nei CAS, che prima duravano il tempo necessario al passaggio nel sistema SAI. Tolto quel limite la permanenza si allunga, e nasce — testualmente — «una strutturale necessità di ampliamento dei posti disponibili a livello provinciale».

Il CAS di Muzzano è la conseguenza prevedibile di una legge dello Stato di tre anni fa. Ai sindaci non l’ha spiegato nessuno, e oggi tocca alle prefetture farlo al posto di chi l’ha votata. Sul luogo, curiosamente, ha ragione l’Arci.

Il comunicato della Ciclofficina Thomas Sankara dedica molte righe a stabilire che genere di persone siamo e poche a spiegare perché avremmo torto, ma in mezzo ce n’è una esatta: il problema è «evitare che cinquanta persone vivano isolate e ghettizzate, lontano da scuola, opportunità lavorative e mezzi di trasporto». È la mia stessa obiezione.

E allora vediamo di chi sia la responsabilità: quella struttura non l’ha scelta la Prefettura, l’ha proposta il concorrente, ed è con quella proposta che ha vinto. Il trasporto degli ospiti è un servizio che il capitolato ministeriale mette a carico del gestore e che lo Stato gli rimborsa a parte, in aggiunta alla diaria.

Se per muoversi da Muzzano servono i volontari con le biciclette, delle due l’una: o quel servizio non è stato previsto nell’offerta, o è stato previsto e non viene erogato.

Chiedo che il decreto del 17 luglio venga pubblicato: importi, voci di costo, piano di trasporto. Non i nomi degli ospiti, che sono protetti e devono restarlo.

Nel 2016, a Ronco, la Prefettura si sedette in una scuola elementare e discusse con un paese.

Nel 2025 ha tenuto punto contro quattordici amministrazioni, e il provvedimento non l’ha mandato nemmeno al sindaco. Chiedere che cosa sia cambiato, e chi ci guadagna, non è xenofobia. È il minimo che si deve a chi paga.

Cristina PATELLI