IL DARDO del 16 GIUGNO 2026 – L’AUTOGRILL DELLA DEMAGOGIA: SE IL PIEMONTE IMPORTA AUTISTI MENTRE DIMENTICA GLI ITALIANI

Prendete nota della data: 16 giugno. È il giorno in cui, secondo quanto riportato dalla stampa, in Piemonte prende il via un bizzarro “progetto pilota” per reclutare e assumere autisti di autobus direttamente dal Marocco. E prendete nota anche delle reazioni che questo articolo susciterà: chi scrive verrà puntualmente, matematicamente e pigramente marchiato con i soliti cliché del repertorio progressista. Razzista, xenofobo, sovranista, retrogrado. Le etichette sono già pronte, stampate e incollate sulla fronte di chiunque osi sollevare un dubbio.

Ma lasciamo i riflessi condizionati della sinistra ai salotti buoni e guardiamo in faccia la realtà. Questo non è un pezzo sull’intolleranza; questo è un pezzo sulla logica, sull’economia e, soprattutto, sulla dignità del lavoro nel nostro Paese. Perché dietro la patina del “progetto d’integrazione” e della risposta pragmatica alla carenza di personale, si nasconde una dose massiccia di demagogia e una totale assenza di visione politica.

È la fiera del buonismo (a spese nostre), ci dicono che mancano i conducenti. Vero. Ci dicono che il trasporto pubblico locale è in affanno. Chiarissimo. Ma la soluzione della Regione e delle aziende di trasporto qual è? Investire sulle risorse interne? Rendere attrattiva una professione logorata da turni massacranti e stipendi d’ingresso che definire offensivi è un generoso eufemismo? No, la risposta è andare a pescare la manodopera oltreoceano, bypassando il problema strutturale.

Si finanziano corsi, burocrazia, logistica e accoglienza per importare lavoratori da un altro continente. E qui casca l’asino, ed emerge la profonda ipocrisia di tutta l’operazione. Quanti fondi pubblici, quanti stanziamenti regionali o europei verranno bruciati per far partire questo “pilota”? Soldi dei contribuenti piemontesi ed italiani, che invece di essere utilizzati per valorizzare il capitale umano locale, vengono dirottati altrove.

Il paradosso: Spendiamo risorse per importare lavoratori dall’estero anziché spendere le stesse risorse per non far scappare i nostri giovani all’estero.

Una questione di priorità, non di passaporto del resto fino a prova contraria, in uno Stato sociale degno di questo nome, esiste un ordine di priorità che non è dettato dall’odio, ma dal patto sociale che lega i cittadini alle istituzioni. Prima ci sono gli italiani, poi il resto del mondo. Non è uno slogan da stadio, è il principio fondante di qualsiasi nazione: lo Stato deve risposte e tutele innanzitutto a chi quel welfare lo sostiene con le tasse da generazioni, a chi in Italia ci è nato, ci vive e si trova, magari, in una situazione di disoccupazione o precarietà.

Quanti disoccupati piemontesi, quanti cinquantenni rimasti a piedi, quanti giovani senza prospettive avrebbero accettato volentieri di mettersi alla guida di un autobus se solo lo Stato (o la Regione) avesse offerto loro le stesse agevolazioni, gli stessi incentivi alla formazione e, soprattutto, contratti dignitosi? Perché non si fanno progetti pilota per azzerare il costo delle patenti speciali (che oggi costa migliaia di euro) per i disoccupati italiani?

Il dumping salariale travestito da solidarietà, la verità è molto più cinica di quanto i paladini del multiculturalismo vogliano ammettere. Questo genere di progetti serve a coprire un fallimento di sistema: non si vogliono alzare gli stipendi, non si vogliono migliorare le condizioni di lavoro, e allora si cerca chi, arrivando da contesti economici svantaggiati, è disposto ad accettare condizioni che un italiano non può più permettersi di accettare. Si chiama dumping salariale, ma lo chiamano “solidarietà”.

È ora di finirla con la demagogia dei corridoi professionali ed è ora di tornare a investire sull’Italia e sugli italiani. Se un mestiere non trova più braccia nel nostro Paese, la colpa non è della “poca voglia di lavorare”, ma di una politica che ha svenduto il valore del lavoro. Portare autisti dal Marocco è solo una toppa d’importazione che impoverisce il nostro tessuto sociale e dimostra, ancora una volta, come la classe dirigente preferisca guardare altrove pur di non guardare in faccia i propri cittadini.