IL DARDO del 24 APRILE 2026 – l riflesso condizionato del livore: se il Tricolore fa paura alla sinistra

C’è qualcosa di profondamente terapeutico, quasi antropologico, nell’osservare la sinistra italiana quando si trova di fronte a una macchia di penne nere che invade pacificamente una città. È un riflesso condizionato, una sorta di allergia ideologica che scatta puntuale come un orologio svizzero.

L’ultima scarica di fiele arriva da Lorena Lucattini, che ha deciso di scagliarsi contro l’Adunata degli Alpini con la solita solfa intrisa di pregiudizio e superiorità morale.

Il copione è stantio: si dita l’alpino come il simbolo di un “maschilismo tossico”, di un patriarcato retrogrado o, peggio, di un nazionalismo da operetta.

Ma la verità è molto più banale e, al contempo, più triste: i comunisti non cambiano mai.

Nonostante i cambi di nome, le giravolte cromatiche e i restyling d’immagine, il nocciolo duro del loro pensiero rimane l’odio viscerale per tutto ciò che profuma di Patria, di Nazione e di identità condivisa.

Per certa parte politica, screditare i simboli della Nazione non è un’opinione, è una missione.

Se c’è una bandiera che sventola, loro devono trovarci una macchia. Se c’è un inno che suona, devono trovarci una nota stonata. L’Adunata degli Alpini, con la sua carica di gioia sgangherata, di solidarietà concreta e di amore sviscerato per l’Italia, è il bersaglio perfetto. Perché? Perché rappresenta tutto ciò che la sinistra “ZTL” non riesce più a comprendere: il popolo.

“Mentre i salotti radical-chic discutono di asterischi e fluidità nei convegni semideserti, gli Alpini montano ospedali da campo, spalano fango nelle alluvioni e ricostruiscono ponti dove lo Stato arriva in ritardo.”

Dire che gli Alpini sono “una realtà per la nazione” è quasi un eufemismo. Essi sono la spina dorsale dell’Italia civile. Dove c’è un’emergenza, c’è un cappello alpino. Dove c’è bisogno di volontariato silenzioso e non retribuito, c’è un reduce o un giovane che onora quella tradizione.

Eppure, per la Lucattini e i suoi sodali, questo immenso patrimonio di umanità deve essere sacrificato sull’altare del politicamente corretto. Si preferisce isolare il singolo episodio, magari goliardico o maldestro, per criminalizzare un intero corpo. È una tecnica vecchia come il mondo: colpire il simbolo per abbattere l’istituzione. Ma il tentativo è patetico quanto inutile.

La ferocia delle dichiarazioni contro l’Adunata tradisce un’incapacità cronica di accettare l’idea che si possa essere fieri di essere italiani senza chiedere il permesso a qualche comitato di salute pubblica ideologica. Gli Alpini non sono “di destra” o “di sinistra”; gli Alpini sono dell’Italia. Ed è proprio questo che manda in bestia chi, invece, vorrebbe un Paese senza radici, un’accozzaglia di individui senza memoria storica, pronti a vergognarsi delle proprie tradizioni.

Cara Lucattini, e cari detrattori della penna nera: rassegnatevi. Potete continuare a scrivere i vostri post piccati, a lanciare strali dai vostri pulpiti digitali e a sognare un mondo dove il tricolore sia un vecchio cencio da nascondere. Ma finché ci sarà un Alpino pronto a cantare “Sul Cappello”, ci sarà un’Italia che non si piega al vostro nichilismo.

L’Adunata non è solo una festa: è la risposta orgogliosa di un popolo che si riconosce nei propri eroi quotidiani. Gli Alpini restano, le vostre polemiche passeranno come polvere al vento. Perché, alla fine, tra chi costruisce e chi critica soltanto, l’italiano vero saprà sempre da che parte stare.

Viva gli Alpini, Viva l’Italia.

Guido DELLAROVERE