IL DARDO del 25 APRILE 2026 – 25 Aprile: Oltre il Mito, per una Vera Identità Nazionale

Troppo spesso, in questo Paese, la storia viene trasformata in un dogma intoccabile, un terreno recintato dove solo pochi eletti hanno il diritto di cittadinanza. Il 25 aprile, che dovrebbe essere la festa della libertà e della ritrovata unità, è diventato invece il simbolo di una egemonia culturale che non accetta repliche. Se non ti allinei, se non sventoli le bandiere giuste, se non ripeti i soliti slogan logori, vieni immediatamente bollato, messo all’indice, “cancellato”. Ma la realtà, quella che si legge nei documenti e non nei volantini di propaganda, è molto più complessa.
Diciamolo chiaramente: la Liberazione non è stata l’esclusiva proprietà di una sola parte politica. È un dato di fatto che la sconfitta delle truppe d’occupazione sia stata determinata in primis dall’urto delle armate Alleate e dal sacrificio dei soldati del Regio Esercito, inquadrati nel Corpo Italiano di Liberazione. Eppure, ogni anno assistiamo alla medesima rappresentazione teatrale in cui si celebra quasi esclusivamente la componente partigiana di ispirazione comunista, come se il destino dell’Italia fosse stato deciso solo tra le montagne e non sui grandi scenari geopolitici mondiali.
Io non contesto il sacrificio di chi ha combattuto per i propri ideali, ma contesto la monopolizzazione della memoria. Non accetto che una data nazionale venga trasformata in un raduno di parte, dove chi non si definisce “antifascista” secondo i canoni stabiliti da una certa sinistra viene considerato un nemico della democrazia. La libertà, quella vera, si misura proprio sulla capacità di rispettare chi ha visioni diverse, non sull’obbligo di recitare un rosario ideologico predefinito.
Oggi l’antifascismo è diventato, per molti, un comodo paravento dietro cui nascondere l’incapacità di affrontare le sfide del presente. Si evocano fantasmi di un secolo fa per colpire chiunque osi parlare di identità, Patria, confini e valori tradizionali. È un mondo al contrario: chi ama la propria nazione e ne difende la sovranità viene accusato di essere un pericolo, mentre chi vorrebbe svendere la nostra cultura in nome di un globalismo indistinto si erge a difensore della Costituzione.
La mia visione è diversa. Io credo in una nazione che sappia guardare al proprio passato con onestà intellettuale, senza feticismi e senza censure. La storia non è un tribunale permanente, ma un maestro che dovrebbe insegnarci l’unità. Invece, il 25 aprile continua a essere usato come una clava per dividere gli italiani in “buoni” e “cattivi”. Finché le piazze saranno piene di bandiere che nulla hanno a che fare con il nostro Tricolore e di slogan che trasudano odio verso chiunque difenda l’ordine e l’eccellenza, quella non sarà mai la festa di tutti.
È ora di uscire dal recinto dei tabù. Essere liberi significa avere il coraggio di dire che la patria è una sola e che il coraggio, il dovere e la disciplina non hanno colore politico. La Resistenza fu un fenomeno variegato, composto da monarchici, cattolici, militari e semplici cittadini. Ridurla a un monocolore rosso è un’operazione di mistificazione storica che non fa onore alla verità.

Dobbiamo tornare a celebrare la nazione con lo sguardo rivolto al futuro, fieri della nostra identità e senza dover chiedere il permesso a chi si è autoproclamato custode della moralità pubblica. Solo allora il 25 aprile smetterà di essere una trincea ideologica e diventerà, finalmente, storia di tutti gli italiani.

Guido DELLAROVERE