Nel grande teatro dell’economia italiana, dove il sipario si alza ogni giorno su una tragicommedia fatta di bonus, stipendi e dichiarazioni istituzionali, ci sono personaggi che sembrano usciti direttamente da una farsa di lusso. Tra questi spiccano Giuseppina Di Foggia e Claudio Descalzi, protagonisti involontari (o forse no) di una domanda tanto volgare quanto filosoficamente potente: i loro stipendi sono un beato calcio nei coglioni allo stato sociale?
La risposta breve è: sì, ma con eleganza. La risposta lunga, invece, richiede un bicchiere di vino, un po’ di cinismo e una buona dose di realismo all’italiana.
Partiamo dal contesto. Lo stato sociale è quella meravigliosa costruzione teorica che promette sanità, istruzione, welfare e un minimo di dignità per tutti. È una specie di coperta corta: tira da una parte e scopri dall’altra. E mentre il cittadino medio si dibatte tra bollette creative e stipendi che sembrano scritti in lire per errore, ecco che compaiono cifre milionarie per chi sta ai vertici delle grandi aziende partecipate dallo Stato.
Ed è qui che entra in scena il “calcio”. Non uno qualsiasi: un calcio ben assestato, di quelli che arrivano quando sei già piegato a raccogliere le monete cadute dal portafoglio.
Perché il punto non è tanto che Giuseppina Di Foggia o Claudio Descalzi guadagnino molto. Il capitalismo ama i numeri grandi, e fin qui nulla di nuovo. Il punto è che questi numeri convivono serenamente con un sistema che predica equità mentre pratica acrobazie contabili per non crollare.
È un po’ come vedere un banchetto medievale mentre fuori dalla finestra la popolazione discute se la minestra sia troppo liquida per essere considerata cibo.
Naturalmente, i difensori diranno: “Ma sono stipendi di mercato!”. Certo. Il mercato, questa entità mistica che giustifica tutto, un po’ come il destino nelle tragedie greche. Se il mercato decide che valete milioni, allora milioni siano. Peccato che, quando il mercato va male, improvvisamente torniamo tutti figli dello Stato, con le mani tese e l’aria contrita.
E qui la satira diventa inevitabile. Perché l’immagine è potente: lo Stato che da una parte redistribuisce con la delicatezza di un chirurgo miope, e dall’altra remunera con la generosità di un magnate texano in vacanza fiscale.
Il risultato? Una schizofrenia sistemica che produce frasi come “non ci sono risorse” pronunciate nello stesso universo in cui qualcuno riceve bonus che basterebbero a finanziare un piccolo comune per anni. È come se lo Stato sociale fosse un vecchio zio un po’ povero, invitato a cena da parenti ricchissimi che però gli fanno pagare il coperto.
Ma attenzione: non è solo una questione economica. È una questione simbolica. Gli stipendi di vertice diventano messaggi, segnali, metafore viventi. E il messaggio che arriva è più o meno questo: “Tranquilli, il sistema funziona. Semplicemente non per tutti allo stesso modo.”
Ed è qui che il “calcio nei coglioni” diventa quasi un gesto pedagogico. Non tanto per chi lo riceve (che ormai ha sviluppato una certa resistenza), ma per chi lo osserva. È un promemoria: lo stato sociale esiste, ma è circondato da un ecosistema che ogni tanto gli tira uno sgambetto per vedere se cade.
La vera ironia è che tutto questo avviene con perfetta legittimità. Nessun complotto, nessuna illegalità plateale. Solo regole scritte in modo tale da rendere perfettamente normale ciò che, visto da fuori, sembra una barzelletta raccontata male.
E quindi sì, gli stipendi di Giuseppina Di Foggia e Claudio Descalzi possono essere letti come un beato calcio nei coglioni allo stato sociale. Ma non sono un’anomalia. Sono il sistema che funziona esattamente come è stato progettato: premiare molto pochi, sostenere un po’ tutti, e lasciare gli altri a fare da pubblico.
Applaudire è facoltativo.
Dario ANGIONO
