C’è un’ironia sottile, quasi cinematografica, nel vedere i manifesti elettorali della Lega tra le calli di Venezia. Non è per il simbolo dello spadaccino Alberto da Giussano, ormai una presenza fissa nel panorama veneto, ma per i volti e i nomi che quel simbolo oggi accompagnano: cittadini di origine extracomunitaria, perfettamente integrati, che corrono sotto l’effigie del partito che ha fatto dell’identità territoriale il suo dogma assoluto.
Venezia, città meticcia per vocazione storica ma roccaforte leghista per necessità politica, diventa così il laboratorio di una metamorfosi che definire “curiosa” sarebbe un eufemismo. È il segno dei tempi che cambiano, certo, ma è anche un cortocircuito semantico che merita una riflessione profonda.
Dal “Vento del Nord” alla cittadinanza globale, per chi ha memoria dei primi anni Novanta, il contrasto è stridente. La Lega Nord di Umberto Bossi non era solo un partito; era un’estetica del “noi contro loro”. Gli slogan storici risuonano ancora come echi di un passato che sembra appartenere a un’altra era geologica:
“Padania Libera!”: Il grido di battaglia che sognava confini invalicabili.
“Oltre il Po non è Italia”: Una geografia dell’esclusione che non ammetteva sfumature.
“Padroni a casa nostra”: Il mantra che oggi viene reinterpretato da chi, quella “casa”, l’ha scelta partendo da migliaia di chilometri di distanza.
Vedere candidati di origine asiatica, africana o sudamericana nelle liste del Carroccio lagunare significa assistere alla definitiva archiviazione della Padania etnica in favore di una Lega pragmatica.
Se un tempo il “nemico” era il centralismo romano o lo straniero che minacciava le tradizioni locali, oggi la strategia salviniana ha spostato i paletti. La nuova narrazione suggerisce che non importa da dove vieni, purché tu sposi i valori del “buon senso”, della sicurezza e — paradossalmente — della difesa dei confini.
Tuttavia, è difficile non sorridere pensando alle ampolle del Dio Po e ai riti celtici di Pontida. Quei militanti che urlavano contro ogni forma di contaminazione esterna si trovano oggi a fare campagna elettorale fianco a fianco con cittadini che rappresentano proprio quella globalizzazione un tempo osteggiata.
Una scelta di facciata o reale integrazione? La mossa veneziana della Lega è un’operazione a doppio taglio. Da un lato, dimostra una capacità di adattamento sorprendente: il partito ha capito che il tessuto produttivo del Nord Est poggia saldamente sulle spalle di nuovi cittadini che spesso sono “più leghisti dei leghisti” per quanto riguarda spirito di sacrificio e visione economica.
Dall’altro, resta il sospetto di una manovra elettorale per pulire l’immagine del partito dalle accuse di xenofobia. Ma la domanda rimane: cosa penserebbe il militante della “prima ora”, quello che credeva fermamente nella secessione e nella purezza della razza padana, nel vedere un candidato extracomunitario difendere il Leone di San Marco sotto le insegne di Salvini?
Venezia, che ha sempre accolto mercanti da ogni dove, sembra aver digerito l’ennesima contraddizione. La candidatura di cittadini nuovi arrivati nelle fila della Lega è la prova finale che l’ideologia, di fronte alla realtà demografica e alla ricerca del consenso, è un elastico che può tendersi fino a quasi spezzarsi.
La Padania, quel sogno dai confini incerti e dal dialetto stretto, è diventata un ufficio di collocamento politico per chiunque sia disposto a dimenticare il passato secessionista in nome di un presente sovranista. Resta da capire se gli elettori vedranno in questo una vittoria dell’integrazione o il definitivo tramonto di una coerenza durata trent’anni.
“La storia è ironica: chi sognava muri oggi costruisce ponti elettorali con chi quei muri dovevano tenerlo fuori.”
Guido Dellarovere
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