IL DARDO del 3 MAGGIO 2026 – L’Illusione dei depositari della cultura…

C’è un riflesso quasi automatico, nel dibattito pubblico italiano, che associa la parola “cultura” a “sinistra” con la stessa naturalezza con cui si associa il caffè alla moka. Un’abitudine consolidata, sedimentata nei decenni, che raramente viene messa in discussione senza scatenare reazioni tra lo scandalizzato e il paternalistico. Ma vale la pena chiederselo davvero, senza slogan: siamo sicuri che la sinistra italiana sia la depositaria della cultura? O siamo di fronte a una delle più longeve operazioni di branding della storia repubblicana?
Per capire il fenomeno, bisogna partire da un dato storico: nel secondo dopoguerra, una parte significativa dell’intellighenzia italiana — scrittori, registi, accademici, editori — gravitava nell’orbita della sinistra. Non era solo una questione ideologica, ma anche di contesto: l’antifascismo, la ricostruzione morale del Paese, il desiderio di un’egemonia culturale alternativa a quella precedente. In quel momento, “sinistra” e “cultura” non erano sinonimi, ma certamente si frequentavano molto.
Poi però è successo qualcosa di tipicamente italiano: una relazione è diventata una proprietà. Da frequentazione a monopolio, il passo è stato breve. E così, nel tempo, si è radicata l’idea che la cultura “vera” — quella alta, quella seria, quella degna di essere discussa nei salotti giusti — fosse inevitabilmente di sinistra. Il resto? Intrattenimento, folklore, quando va bene. Barbarie, quando va male.
Ora, immaginiamo per un attimo che un extraterrestre arrivi in Italia e provi a orientarsi. Legge i giornali, guarda la televisione, ascolta i dibattiti. Dopo pochi giorni, concluderà che la cultura è una sorta di club esclusivo con tessera ideologica incorporata. Un museo, forse, dove all’ingresso non si paga il biglietto ma si dichiara la propria posizione politica. E se sbagli risposta, ti accompagnano gentilmente all’uscita, spiegandoti che puoi sempre visitare il reparto “opinioni discutibili”.
Il punto è che questa auto-attribuzione di superiorità culturale ha finito per diventare, col tempo, più una posa che una sostanza. Perché mentre si continuava a rivendicare il monopolio della cultura, la cultura stessa — quella viva, contraddittoria, imprevedibile — ha cominciato a muoversi altrove. Nei linguaggi popolari, nei nuovi media, nelle periferie creative, persino in territori considerati “impuri”. E lì, sorpresa: non sempre votava a sinistra.
C’è qualcosa di profondamente ironico in tutto questo. Una parte politica che per decenni ha fatto dell’apertura mentale e del pluralismo una bandiera, si è ritrovata a difendere una visione piuttosto rigida di cosa sia degno di essere chiamato cultura. Una specie di canone non scritto, aggiornato periodicamente, in cui però certi nomi e certe idee entrano con facilità, mentre altri devono passare controlli di sicurezza degni di un aeroporto internazionale.
Nel frattempo, chi stava fuori da questo recinto ha reagito in modi diversi. Alcuni hanno provato a costruire una propria narrazione culturale alternativa, spesso con risultati discutibili, tra improvvisazione e vittimismo. Altri hanno semplicemente ignorato il problema, producendo contenuti, libri, musica, cinema senza chiedere il permesso a nessuno. E forse è proprio lì che si trova la crepa più interessante nel mito della “cultura di sinistra”: nel fatto che la cultura, quando è davvero tale, tende a sfuggire a qualsiasi tentativo di appropriazione.
Perché la cultura non è un bene demaniale assegnato per decreto, né una concessione esclusiva. È un campo di battaglia, semmai, o meglio ancora un ecosistema caotico, dove convivono idee alte e basse, esperimenti riusciti e fallimenti clamorosi. Pretendere di esserne i custodi ufficiali è un po’ come dichiararsi proprietari dell’aria: poeticamente suggestivo, ma difficilmente sostenibile.
E allora la domanda iniziale torna, ma con una sfumatura diversa: non tanto “la sinistra è davvero la depositaria della cultura?”, quanto “ha senso, oggi, che qualcuno rivendichi questo ruolo?”. Forse la risposta più onesta è che quell’etichetta è rimasta attaccata più per inerzia che per merito attuale. Una tradizione, certo, ma anche una comodità. Perché essere percepiti come “i colti” è un vantaggio competitivo non da poco nel dibattito pubblico.
Il rischio, però, è che questa auto-percezione diventi una gabbia. Quando ti convinci di rappresentare la cultura, smetti di ascoltarla davvero. E quando smetti di ascoltare, inizi lentamente a parlare da solo. Magari con grande eleganza, con citazioni impeccabili, ma pur sempre da solo.
Nel frattempo, fuori dal salotto, la cultura continua a fare quello che ha sempre fatto: cambiare forma, contaminarsi, sfuggire alle etichette. E, con una certa dose di ironia, ignorare chiunque pretenda di averne le chiavi di casa

Dario ANGIONO