IL DARDO del 23 MARZO 2026 – Il Paese del “No”: la dittatura della lamentela e il suicidio del cambiamento

C’è un’immagine che riassume perfettamente lo stato clinico dell’Italia moderna: un malato che urla dal dolore, maledice l’ospedale, insulta i medici, ma quando gli viene proposta l’operazione risolutiva, scappa a gambe levate preferendo l’agonia. Il risultato del referendum odierno non è una vittoria della democrazia, è il trionfo del feticismo dello status quo. È la conferma definitiva che l’italiano medio non vuole soluzioni: vuole solo avere il diritto di lamentarsi all’infinito dei problemi.

Siamo un popolo di paradossi viventi. Passiamo trecentosessantacinque giorni l’anno a inveire contro la lentezza biblica della giustizia, contro una politica arroccata nei suoi privilegi, contro un sistema che premia l’immobilismo e punisce l’iniziativa. Eppure, ogni volta che la Storia o il meccanismo referendario  ci mette davanti a un bivio, scegliamo sistematicamente la strada che non porta da nessuna parte. È successo con la riforma costituzionale di Renzi, bocciata non nel merito ma per antipatia verso il proponente, e succede di nuovo oggi.

La vittoria del “No” non nasce da una profonda analisi giuridica dei quesiti. Non prendiamoci in giro: l’elettore che ha sbarrato quella croce, nella maggior parte dei casi, non aveva la minima idea di cosa stesse votando. Ha votato di pancia, per dispetto, con quella miopia politica che trasforma ogni consultazione tecnica in un grottesco televoto di “Amici”. Si vota “No” per dare una sberla al Governo, per fare un torto al leader di turno, per “fargliela vedere” a quei signori chiusi nei palazzi. Peccato che, nel tentativo di fare un dispetto alla politica, l’elettore abbia finito per spararsi sui piedi.

È l’estetica della protesta fine a se stessa. Un nichilismo pigro che si traveste da resistenza civile. Ci riempiamo la bocca di parole come “cambiamento”, “rivoluzione”, “meritocrazia”, ma appena ci viene chiesto di spostare un mattone di questa architettura decrepita, veniamo colti da un’improvvisa e sospetta nostalgia per il vecchio. Temiamo il nuovo perché il nuovo richiede responsabilità, richiede di misurarsi con regole diverse, richiede di abbandonare l’alibi del “funziona tutto male, quindi io non posso farci niente”.

Il dramma è che questa “restanza” al cambiamento condanna il Paese a un’atrofia irreversibile. Chi ha votato “No” convinto di aver difeso la democrazia o di aver punito il potere, ha solo garantito che nulla cambi. Ha blindato i privilegi della magistratura che critica ogni giorno, ha cementato le inefficienze dei tribunali dove le cause marciscono per decenni, ha confermato che la politica può continuare a ignorare le istanze dei cittadini perché tanto, alla prova dei fatti, i cittadini preferiscono il fango conosciuto all’asfalto nuovo.

L’astensionismo e il voto di protesta sono le due facce della stessa medaglia: la codardia civile. L’astensionista rinuncia a esistere, il votante per dispetto esiste solo per distruggere. Nessuno dei due costruisce. E così, domani mattina torneremo tutti a lamentarci. Torneremo a scrivere post indignati sui social perché la giustizia non funziona, perché la politica è distante, perché l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa. Ma lo faremo con una macchia indelebile sulla coscienza: quella croce sul “No” che ha spento l’ultima luce di speranza per una riforma vera.

Siamo un Paese che preferisce morire di coerenza nel proprio disastro piuttosto che rischiare di vivere in un sistema diverso. Il referendum è fallito, ma il fallimento più grande è quello di un popolo che ha paura della propria libertà di scelta. Complimenti: avete salvato tutto ciò che dichiarate di odiare. Adesso, per favore, abbiate almeno il buongusto di restare in silenzio mentre il sistema che avete difeso continuerà a schiacciarvi

@guidodellarovere