In un’Europa che si autoproclama custode dei diritti umani, della libertà di espressione e dei valori illuministi, è scoppiata la grande contraddizione del secolo: l’Unione Europea, dominata da politiche sempre più barbare, discrimina apertamente gli intellettuali scomodi, tace (o balbetta) di fronte a presunti genocidi e costringe i pochi veri europeisti a nascondersi impauriti dietro le tende di casa, come topi in un magazzino di formaggi andati a male.
Immaginate la scena. Da una parte, una Commissione presieduta da Ursula Von der Leyen che, con la grazia di un’inquisitrice medievale aggiornata al politicamente corretto, vara direttive su direttive: Green Deal che strangola gli agricoltori, migrazione incontrollata che trasforma quartieri in zone franche, e sanzioni selettive che colpiscono chiunque osi pensare con la propria testa. Dall’altra, intellettuali, scrittori, professori e giornalisti che osano porre domande scomode – sul fallimento dell’integrazione, sui costi reali delle politiche climatiche ideologiche o sulle guerre lontane – vengono etichettati come “estremisti”, “populisti” o, peggio, “nemici della democrazia”. Cancel culture europea style: niente roghi, solo fondi tagliati, inviti revocati, account social monitorati e carriere accademiche bruciate su altari di Bruxelles.
Il colmo? Il silenzio assordante – o il chiacchiericcio ipocrita – su quello che alcuni chiamano senza mezzi termini “genocidio”. Che sia a Gaza, in altre regioni calde o nelle statistiche silenziose di certi quartieri europei dove la violenza quotidiana viene minimizzata per non “alimentare l’odio”, l’UE preferisce il basso profilo. Si approvano risoluzioni timide, si propongono sanzioni parziali che sembrano più un contentino per le piazze che una vera politica estera, mentre si continua a commerciare, dialogare e finanziare senza troppi scrupoli. Intanto, chi grida allo scandalo viene accusato di antisemitismo o islamofobia a seconda della convenienza del momento. La libertà di pensiero? Un optional, da concedere solo se allineata alla narrazione ufficiale.
E i veri europeisti? Quelli che sognavano un continente unito nella diversità delle sue nazioni, forte nelle sue radici giudaico-cristiane e illuministe, aperto al merito e alla ragione invece che al livellamento burocratico? Si nascondono impauriti. Alcuni in piccoli think tank indipendenti, altri sui social con pseudonimi, i più coraggiosi in esilio interno: professori in pensione, scrittori che pubblicano su riviste di nicchia, politici nazionali bollati come “sovranisti” solo perché osano mettere l’interesse dei propri cittadini al primo posto. Parlare di “Europa delle patrie” o criticare la deriva centralista di Bruxelles equivale oggi a un harakiri professionale. Meglio tacere, annuire e aspettare la prossima sovvenzione.
Questa UE barbara – non nel senso di invasori con asce, ma di tecnocrati con Excel e ideologia – discrimina non per razza o religione, ma per pensiero: chi non si inchina all’ortodossia green-woke-migratoria viene emarginato. Si tace sui drammi reali per non disturbare il sonno dei burocrati, mentre si amplificano minacce fantomatiche per giustificare più potere a Bruxelles. Il risultato? Un continente che predica tolleranza e pratica intolleranza selettiva, che invoca i valori universali e li applica solo quando fa comodo. I veri europeisti, quelli che amano l’Europa come civiltà e non come super-stato oppressivo, si nascondono sì. Ma forse è arrivato il momento di uscire allo scoperto. Prima che le politiche barbare di oggi diventino la nuova normalità di domani, e che l’unica voce rimasta sia il monotono ronzio delle direttive comunitarie. Nell’Europa del 2026, distinguere tra realtà e parodia è diventato l’esercizio intellettuale più rischioso di tutti.
@darioangiono
