C’era una volta un governo che aveva promesso di «bloccare gli sbarchi». Poi ha scoperto che bloccare gli sbarchi è complicato, mentre girare uno spot in Albania è molto più fotogenico. Così è nata l’Operazione “Vacanze a Shengjin”: due centri extralusso (uno con vista porto, l’altro in ex base militare) pagati da noi contribuenti per ospitare qualche decina di migranti selezionati con cura.
Il copione era perfetto: Meloni in Albania con casco da cantiere, sorriso da premier, bandiera tricolore che sventola. «Guardate, li mandiamo là!». Peccato che i giudici, quei guastafeste in toga, continuino a dire che il diritto internazionale non è un reality show e rispediscano molti indietro. Risultato? I centri in Albania sono diventati i CPR più cari e vuoti della storia: milioni di euro per accogliere quattro gatti, mentre gli operatori italiani alloggiano al Rafaelo Resort a 83 euro al giorno a testa (colazione inclusa, ovviamente).
Ma tranquilli, cittadini. Il problema è risolto: i migranti non sbarcano più a Lampedusa in massa… sbarcano direttamente nelle nostre stazioni centrali.
Prendete Roma Termini. Una volta era il salotto buono della Capitale. Oggi è il set di un documentario su “Survivor: Edizione Degrado”. Di notte sembra una zona di guerra a basso costo: materassi per terra, odore di urina misto a kebab freddo, gruppetti che vendono di tutto tranne biglietti del treno. Le forze dell’ordine fanno raid periodici con elicottero e paracadutisti (perché sì, servono i paracadutisti per riprendersi una stazione), sgomberano, e dopo due giorni tutto torna come prima. Il disagio si è solo “spostato”, dicono. Traduzione: si è spostato di trecento metri, dietro l’angolo, dove non c’è telecamera.
A Milano Centrale, a Firenze Santa Maria Novella, a Napoli, a Torino Porta Nuova… stesso copione. Le stazioni italiane sono diventate l’unico hotspot gratuito e 24 ore su 24 che funziona davvero. Niente protocollo Italia-Albania qui: qui si applica il protocollo “fai come ti pare, tanto qualcuno pagherà”.
Mentre a Shengjin si spende una follia per tenere quattro tende vuote (tanto per far vedere che “si fa qualcosa”), nelle nostre città si risparmia: niente strutture, niente controlli, niente integrazione. Solo degrado naturale, spontaneo, biologico. Il migrante irregolare che non è finito in Albania finisce a dormire sotto la pensilina del binario 12, accanto al barbone italiano e al pusher tunisino. Tutti uniti nella stessa grande famiglia multiculturale del “chi se ne frega”.
Il bello è che funziona alla perfezione come spot inverso. A destra possono dire: «Vedete? Con noi gli sbarchi sono calati!». A sinistra possono gridare: «Vergogna! Il governo abbandona i migranti!». E nel mezzo? Il cittadino che prende il regionale delle 7:42 e trova la sala d’attesa trasformata in bivacco. Lui non ha partito, non ha spot, non ha resort in Albania. Ha solo il biglietto da 9,80 euro e la voglia crescente di cambiare binario… o Paese.
L’immigrazione, in Italia, è diventata una grandissima produzione cinematografica: da una parte i blockbuster albanesi con effetti speciali da centinaia di milioni, dall’altra il neorealismo crudo delle stazioni, girato in presa diretta con budget zero.
Regia: collettiva. Sceneggiatura: improvvisata. Pubblico: quello che paga il biglietto tutti i giorni e alla fine applaude solo per non piangere.
E mentre i politici litigano su chi ha girato lo spot migliore, il treno per il futuro è fermo al binario 1, con i vetri rotti e la scritta “fuori servizio” spraytata in tre lingue diverse.
Prossimamente su tutti i telegiornali: “Immigrazione, fra spot e realtà”. Durata: eterna. Incasso: solo per i soliti noti.
@darioangiono
