C’è qualcosa di profondamente marcio, o quantomeno strutturalmente fragile, nel castello di carte del centrodestra biellese. I numeri, nudi e crudi, raccontano un’elezione provinciale che avrebbe dovuto essere una formalità, una passerella per il candidato designato. E invece si registra l’ennesima disfatta, con il retrogusto amaro del tradimento e l’odore stantio dell’incompetenza strategica.
Sulla carta non doveva esserci partita. Il pallottoliere di consiglieri e amministratori legati alla maggioranza cittadina lasciava presagire una vittoria “a mani basse”. Ma la matematica, in politica, cessa di essere esatta quando applicata a coalizioni che assomigliano più a un’armata Brancaleone che a un fronte coeso. Il risultato è evidente: il centrosinistra incassa, conquista il mandato quadriennale, mentre il centrodestra resta tra le macerie di una strategia suicida.
I segnali c’erano già stati, a partire dal referendum sulla giustizia, con flussi elettorali interni tutt’altro che affidabili. Ma qui si va oltre la statistica: si entra nel campo della slealtà politica. All’appello mancano almeno tre elettori chiave della maggioranza del capoluogo. Tre franchi tiratori o, più semplicemente, amministratori senza memoria, che hanno voltato le spalle al progetto comune.
È il solito vizio di chi ottiene una posizione grazie a un simbolo e poi se ne dimentica. Protetti dal voto segreto, questi protagonisti dell’ambiguità ignorano che la loro legittimazione nasce dallo stesso meccanismo che hanno contribuito ad affossare. La riconoscenza in politica è merce rara, ma qui si sfiora il paradosso: si sega il ramo su cui si è seduti, confidando di non cadere.
Perché accade? Perché, nonostante un bacino potenzialmente ampio di sindaci e amministratori, il centrodestra biellese non riesce a eleggere un proprio rappresentante? La risposta sta nel metodo.
Le candidature sembrano nascere in laboratori chiusi, lontani dal territorio reale. Quando un nome viene calato dall’alto, il rigetto è quasi inevitabile. Parti della coalizione non si sentono rappresentate e scelgono l’usato sicuro, o la “vecchia strada”, piuttosto che una novità percepita come imposta.
Resta poi un sospetto più inquietante: che qualcuno alimenti consapevolmente lo scollamento tra partiti e amministratori, favorendo civismi di convenienza pronti a salire sul carro del vincitore e a rifugiarsi nella neutralità quando conviene. Un copione già visto, riproposto oggi con la stessa inefficacia.
Le coalizioni hanno senso solo se coese, credibili, condivise. Quando il voto segreto diventa l’alibi per colpire alle spalle, il patto politico è già rotto. Non si può ignorare l’incendio mentre divora la casa.
Se il centrodestra vuole un futuro a Biella e provincia, deve smettere di essere un aggregato di interessi e tornare a essere progetto. Serve una potatura radicale: i rami secchi vanno recisi, prima che sottraggano definitivamente linfa alla pianta.
Altrimenti, questi parassiti della politica continueranno a crescere, superando proprio quei partiti che li hanno generati. Il tempo delle analisi è finito: o si cambia registro, o si accetta di aver consegnato la Provincia all’avversario per pura, ostinata disunità. Domani, in consiglio, si vedrà chi avrà il coraggio di assumersene la responsabilità.
@guidodellarovere
