IL DARDO del 18 AGOSTO 2026 – Prima l’uomo, poi il mercato

Viviamo in un’epoca nella quale il mercato sembra essere diventato il metro con cui misurare ogni cosa. Il valore di una persona rischia di essere calcolato in base alla sua produttività, alla capacità di consumare, al reddito, al ruolo che occupa nella società. Persino il tempo, che dovrebbe appartenere alla vita, viene trasformato in una risorsa economica da sfruttare. È proprio qui che nasce una domanda fondamentale: può una società dirsi realmente evoluta quando mette il mercato davanti all’uomo?

La risposta dovrebbe essere semplice: no.

Il mercato è uno strumento, non un fine. È necessario, produce ricchezza, favorisce gli scambi, sostiene imprese e lavoro. Ma quando diventa il principio assoluto al quale tutto deve essere subordinato, rischia di perdere la sua funzione originaria. L’economia dovrebbe essere al servizio della persona e della comunità, non il contrario.

Prima l’uomo, poi il mercato significa innanzitutto restituire centralità alla dignità umana. Significa ricordare che dietro ogni numero statistico esiste una persona, dietro ogni lavoratore c’è una famiglia, dietro ogni crisi economica ci sono esistenze concrete. Un aumento del PIL non può essere considerato una vittoria se contemporaneamente aumentano precarietà, solitudine, povertà e insicurezza.

La crescita economica ha senso soltanto quando produce benessere diffuso. Non basta creare ricchezza: bisogna anche interrogarsi su come quella ricchezza venga distribuita, su quali condizioni di lavoro vengano garantite e su quale futuro venga consegnato alle nuove generazioni.

La politica dovrebbe avere proprio questo compito: impedire che l’economia diventi padrona della società. Non significa combattere l’impresa o demonizzare il profitto. Significa stabilire regole, difendere il lavoro, sostenere chi investe e produce, ma nello stesso tempo impedire che la ricerca del massimo profitto possa cancellare diritti, territorio, identità e dignità.

In questa prospettiva anche il lavoro assume un significato diverso. Non può essere considerato soltanto un costo da ridurre. È partecipazione, responsabilità, appartenenza. Un giovane che non trova un’occupazione stabile non perde soltanto uno stipendio: perde spesso la possibilità di progettare una famiglia, acquistare una casa, costruire il proprio futuro.

E allora la vera modernità non dovrebbe essere quella che ci chiede di correre sempre più velocemente dietro al mercato, ma quella che riesce a costruire un’economia capace di accompagnare la persona lungo il proprio percorso di vita.

Prima l’uomo, poi il mercato è dunque una scelta culturale prima ancora che economica. Significa rifiutare l’idea che tutto abbia un prezzo e che ciò che non produce profitto sia automaticamente inutile. Una società non si misura soltanto dalla sua capacità di generare ricchezza, ma dalla capacità di non lasciare indietro nessuno.

La libertà economica è importante, ma altrettanto importante è la responsabilità sociale. Il capitale ha bisogno dell’impresa, l’impresa ha bisogno del lavoro e il lavoro ha bisogno della persona. Spezzare questo equilibrio significa costruire un sistema efficiente forse nei numeri, ma fragile nella realtà.

Occorre quindi tornare a una gerarchia di valori: prima la persona, poi la famiglia, la comunità, il lavoro e infine il mercato come strumento al loro servizio. Non è nostalgia del passato. È una riflessione sul futuro.

Perché una società che sacrifica l’uomo sull’altare del mercato può diventare più ricca, più veloce e apparentemente più efficiente. Ma rischia, alla fine, di diventare semplicemente più povera di umanità.

E nessun indice economico potrà mai misurare quanto ci costa perdere quella.

Dario ANGIONO