Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati alle urne per la Riforma Nordio. Un bivio storico, dicono. In realtà, è soprattutto un test di memoria per una sinistra che sembra aver smarrito non solo la bussola, ma anche l’archivio storico dei propri programmi elettorali.
La Riforma del “buon senso” (che fa paura a chi vive di correnti) I tre pilastri sono chiari: separazione delle carriere, due CSM distinti e un’Alta Corte Disciplinare che non faccia sconti a nessuno. Roba da democrazia liberale evoluta. L’idea è rivoluzionaria nella sua semplicità: il giudice deve essere terzo. Non può essere il “collega di scrivania” di chi ti accusa. Ma per i paladini del “No”, questa banale applicazione dell’articolo 111 della Costituzione è diventata improvvisamente un attentato alla democrazia.
L’amnesia selettiva del PD: quando la separazione era “di sinistra” Il vero spettacolo, però, è il voltagabbana collettivo delle opposizioni. È affascinante osservare come il PD sia passato dall’essere l’erede dell’Ulivo — che della separazione delle carriere faceva un vanto di modernità post-1989 — a barricadiero del conservatorismo giudiziario più polveroso.
Fino a ieri la separazione era “garantismo”, oggi è “deriva autoritaria”. Un tempo si voleva scardinare il sistema delle correnti, oggi si difende il CSM unico come se fosse l’ultima trincea della libertà, ignorando che il sorteggio dei componenti serva proprio a ripulire le nomine dalle logiche di spartizione correntizia che tanto piacciono ai salotti buoni.
Il “No” di bandiera: se lo fa la Meloni, allora è male La verità è che il merito della riforma non interessa a nessuno tra le file del “No”. La parola d’ordine è: opposizione a prescindere. Se la riforma la propone il governo Meloni, allora deve essere per forza un golpe. Poco importa se si tratta di battaglie storiche del mondo radicale e progressista. Meglio restare incagliati in un sistema dove l’autotutela della magistratura è la norma, piuttosto che dare ragione all’avversario politico.
Conclusione: Oltre il fumo della propaganda Votare “Sì” significa scegliere una giustizia dove chi sbaglia paga davvero, davanti a un’autorità indipendente e non davanti agli amici di corrente. Il 22 marzo non si vota per un governo, ma per un principio di civiltà che la sinistra ha svenduto sull’altare del tatticismo politico.
È ora di decidere se vogliamo un processo giusto o se preferiamo continuare a guardare il teatro dei “compagni” che hanno paura delle loro stesse vecchie idee.
@guidodellarovere
