Spesso accade che, con la pubblicazione del calendario venatorio regionale, si assiste al solito copione di polemiche e levate di scudi. Quest’anno, però, la messinscena ha assunto contorni grotteschi che meritano di essere analizzati sotto la luce della pura verità dei fatti.
Come mai le proteste più accese sono scoppiate proprio ora, con un calendario venatorio pressoché identico a quello degli anni passati?
La risposta, purtroppo, è la più vecchia e cinica del mondo: basta seguire la scia del denaro.
Per chi conosce la materia e legge i documenti senza il filtro del pregiudizio, il verdetto è chiaro. Le regole, i tempi e le specie previste dal nuovo calendario ricalcano quasi alla lettera le stagioni precedenti. Non ci sono state deregolamentazioni selvagge né stravolgimenti gestionali.
Eppure, d’un tratto, la foresta delle opposizioni e dell’associazionismo più ideologico si è popolata di grida d’allarme e mobilitazioni senza precedenti. Se il testo è lo stesso, cos’è cambiato davvero? La chiave di volta sta in un acronimo e in una cifra: i finanziamenti ai CRAS (Centri di Recupero Animali Selvatici).
Il Nodo del Contendere: No Cash, No Party?, Quest’anno sembrerebbe che i rubinetti dei finanziamenti straordinari o degli incrementi di budget per queste strutture non sono stati aperti nella misura sperata da chi ne gestisce le sorti. Ed è qui che la “sensibilità ecologista” svela la sua vera natura di facciata. Quando i fondi pubblici abbondano, regna il silenzio e la collaborazione.
Quando i finanziamenti rimangono stabili o non subiscono l’impennata desiderata, ecco che il calendario venatorio diventa improvvisamente “inammissibile” e la fauna piemontese “in pericolo di estinzione”.
È una coincidenza troppo macroscopica per essere ignorata. La tutela degli animali selvatici non dovrebbe essere un valore assoluto e disinteressato? A quanto pare, per qualcuno, l’amore per la natura è direttamente proporzionale ai contributi che ricevono le associazioni amiche sul conto corrente.
C’è però un dettaglio che i professionisti del ricorso facile sembrano aver dimenticato nella loro foga di bloccare tutto per via giudiziaria. Ed è qui che la provocazione si trasforma in un sonoro autogol per gli ambientalisti da salotto.
Fortunatamente per il mondo venatorio, la burocrazia non riuscirà a tenere i cacciatori a casa. Anche nell’eventualità in cui un ricorso dovesse sospendere o bloccare il nuovo provvedimento, l’attività non si fermerà affatto: per legge, i cacciatori potranno continuare a esercitare la propria attività facendo legittimamente riferimento al calendario venatorio dell’anno precedente.
Un paradosso perfetto: tanto rumore, tante carte bollate e tante spese legali solo per ritrovarsi esattamente al punto di partenza. La dimostrazione lampante che queste azioni non servono a tutelare la fauna, ma solo a fare rumore mediatico.
Noi di Futuro Nazionale crediamo in una gestione della fauna e del territorio che sia pragmatica, scientifica e priva di ipocrisie.
- La caccia regolamentata è uno strumento di gestione ambientale e di equilibrio biologico, non un capriccio.
- La trasparenza finanziaria deve essere la base di qualunque collaborazione tra pubblico e privato sociale.
- Le proteste strumentali finalizzate a battere cassa non fanno il bene degli animali, ma solo di chi campa sulla retorica dell’emergenza permanente.
Se si vuole parlare di tutela del territorio, facciamolo seriamente con dati scientifici e non con i bilanci delle associazioni da far quadrare. È ora di finirla con le proteste a gettone: la dignità del nostro territorio e di chi lo vive (e lo gestisce davvero) viene prima di qualsiasi poltrona o sussidio.

