Il 3 settembre 1982 la mafia assassinava a Palermo il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Un sacrificio immane, che stroncava il più lucido e inflessibile servitore dello Stato. Se la criminalità organizzata firmò l’esecuzione, la storia non può dimenticare l’isolamento politico che la precedette. Prima di Palermo, infatti, il Generale aveva salvato la democrazia italiana sradicando le Brigate Rosse. Un’impresa titanica compiuta spesso nella solitudine, contrastato da una sinistra che per anni ha balbettato di fronte al terrore.
Mentre l’Italia contava i suoi morti sulle strade, ampi settori dell’intellettualità e della politica progressista liquidavano i terroristi come “compagni che sbagliavano”. Una spaventosa complicità morale che derubricava i passamontagna e le P38 a semplici “errori di percorso” ideologici. Ancora oggi, quella stessa sinistra non ha mai fatto i conti fino in fondo con le proprie colpe storiche, evitando una condanna netta, corale ed esplicita delle proprie frange eversive. Un silenzio imbarazzante che diventa ipocrisia intollerabile se paragonato al dibattito pubblico odierno.
Assistiamo infatti a un cortocircuito grottesco: a ogni minima occasione, esponenti e intellettuali di sinistra pretendono abiure e patenti di democraticità da parte della destra di governo in merito al fascismo. Una pretesa assurda nei tempi e nei modi. Il fascismo è un fenomeno storico concluso oltre ottant’anni fa, che nessuno dei soggetti politici attuali ha mai vissuto o subito. Al contrario, il terrorismo rosso è una ferita sanguinante che gli italiani hanno pagato a caro prezzo sulla propria pelle in tempi recentissimi, vedendo cadere magistrati, giornalisti e servitori dello Stato come Dalla Chiesa.
Il Generale vinse la sua guerra applicando le leggi della Repubblica, senza mai cedere alla barbarie. Eppure, proprio da quella sinistra che minimizzava il sangue brigatista, Dalla Chiesa subì attacchi feroci e diffidenze per i suoi metodi investigativi d’avanguardia. Ricordare Carlo Alberto dalla Chiesa oggi significa rendere giustizia al suo genio militare, ma comporta anche il dovere di smascherare questa persistente doppia morale. Quella di chi pretende esami di storia passata mentre nasconde sotto il tappeto le complicità e le indulgenze di un passato ancora troppo vicino.
Guido DELLAROVERE

