C’è un fantasma che si aggira per le aule del Parlamento, ed è il fantasma della coerenza perduta. Parliamo della separazione delle carriere dei magistrati, un tema che oggi vede la sinistra italiana schierata sulle barricate, pronta a gridare allo “strappo costituzionale” e all’attentato all’indipendenza della toga. Eppure, a guardare indietro, si scopre che quelli che oggi sventolano il vessillo del “no” sono gli stessi che, qualche decennio fa, teorizzavano la necessità di dividere i ruoli di chi giudica da chi accusa.
La memoria politica, si sa, è corta, ma gli archivi non mentono. Negli anni Novanta, fior di intellettuali e leader dell’area progressista guardavano al modello accusatorio del Codice Vassalli (firmato da un giurista partigiano e socialista) come a un traguardo di civiltà. La logica era semplice: in un processo equo, il giudice deve essere un terzo imparziale. Se il pubblico ministero e il giudice condividono la stessa carriera e lo stesso organo di autogoverno (il CSM), il rischio di un appiattimento sulle tesi della procura è strutturale.
Le radici dimenticate: da Falcone alla Bicamerale, per ironia della sorte, uno dei più convinti sostenitori della distinzione dei ruoli fu proprio Giovanni Falcone. Il magistrato simbolo della lotta alla mafia dichiarò esplicitamente:“Chi, come me, richiede che siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato”. In quegli anni, la sinistra riformista non considerava queste parole come un’eresia, ma come un’analisi tecnica per far funzionare il nuovo processo penale.
Il punto di massima convergenza fu la Commissione Bicamerale D’Alema del 1997. In quella sede, il centrosinistra propose e votò testi che prevedevano esplicitamente la separazione delle carriere e la distinzione dei CSM. Non era una concessione alla destra, ma una convinzione profonda di leader come Massimo D’Alema e giuristi di area PDS, convinti che per avere un “giusto processo” servisse un giudice davvero distante dall’accusa. Persino nel 2019, figure interne al PD o esponenti storici come Emanuele Macaluso mettevano in guardia contro il “germe del giustizialismo” che stava divorando la cultura garantista della sinistra.
Il riflesso condizionato del “No” a prescindere; cosa è cambiato da allora? Non certo i principi dell’articolo 111 della Costituzione, ma l’inquilino di Palazzo Chigi. La sensazione netta è che l’opposizione odierna non sia figlia di un’analisi nel merito, ma di un riflesso condizionato: se lo propone il governo Meloni, allora è male. Si tratta di una “politica del bastian contrario” che trasforma una riforma ordinamentale in una guerra di religione.
Oggi la sinistra si fa scudo dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), sposando in toto la linea corporativa delle toghe. Si parla di “sottomissione del PM al potere esecutivo”, un argomento fantoccio utile a spaventare l’elettorato, ignorando deliberatamente che le proposte attuali prevedono due CSM distinti proprio per garantire l’indipendenza di entrambi, senza alcun controllo del Governo. Il paradosso è totale: una parte politica che storicamente ha lottato contro le incrostazioni di potere oggi si ritrova a fare da guardia del corpo allo status quo burocratico della magistratura.
Una credibilità al bivio, questa opposizione per spirito critico precostituito danneggia il Paese. Impedisce un dibattito serio su una giustizia che non funziona, dove i cittadini percepiscono un disequilibrio tra accusa e difesa. Rinnegare le proprie storiche battaglie garantiste — da Vassalli a D’Alema, fino alle intuizioni di Falcone — solo per non “dare un punto” a Giorgia Meloni è il segno di una crisi d’identità profonda.
Se la separazione delle carriere era un’idea di progresso e modernità vent’anni fa, non può essere diventata una deriva autoritaria solo perché oggi a scriverla è il centrodestra. In questo referendum, la sinistra rischia di perdere non solo la partita politica, ma anche l’ultima traccia di credibilità intellettuale, sacrificata sull’altare di un pregiudizio che antepone il colore della maglia alla qualità della democrazia.
@guidodellarovere
