IL DARDO del 6 FEBBRAIO 2026 – Il “Fattore V”: Perché la scissione di Vannacci non è il remake di Fini.

L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega e la nascita di “Futuro Nazionale” hanno immediatamente innescato il riflesso condizionato del paragone storico: il pensiero corre al 2010, allo scontro tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi che portò alla nascita del “nato morto” Futuro e Libertà. Tuttavia, un’analisi più profonda suggerisce che la mossa del generale non sia affatto una replica di quel suicidio politico, né tantomeno un boomerang per il centrodestra. Al contrario, potrebbe rivelarsi una manovra tattica di ampio respiro.
Roberto Vannacci è stato il “colpo di genio” con cui Matteo Salvini, alle Europee del 2024, ha tamponato un’emorragia di consensi che rischiava di diventare fatale. Con oltre 530mila preferenze, l’ex paracadutista ha salvato la leadership del segretario, ma ha creato un cortocircuito interno. I “colonnelli” del Nord e i governatori non hanno mai digerito l’ascesa di un corpo estraneo, specialmente nel ruolo di vicesegretario.
La separazione odierna, condita dalle parole di Salvini sulla “lealtà tradita”, appare come un sapiente gioco delle parti. Da un lato, il leader della Lega riprende il controllo del perimetro identitario del partito, rassicurando la vecchia guardia e i governatori; dall’altro, libera Vannacci da vincoli di apparato, permettendogli di “andare a pascolare” in praterie elettorali che la Lega non può più raggiungere.
A dirla tutta l’obiettivo non è Salvini, ma il “centrismo” di Tajani, infatti quando Vannacci parla di voler restare lontano da “inciuci e compromessi di convenienza”, il suo bersaglio non sembra essere il Carroccio, quanto piuttosto l’ala moderata della coalizione. Sotto la lente del generale ci sono le grandi manovre tra Forza Italia e Carlo Calenda, che iniziano a delinearsi anche a livello enti locali (come per la futura corsa a sindaco di Roma).
L’operazione Vannacci, dunque, non nasce per distruggere, ma per marcare il territorio. Mentre la sinistra esulta per una presunta frammentazione della destra, l’ex generale sta costruendo un “polo di sbarramento” contro la deriva centrista.
L’obiettivo di “Futuro Nazionale” è chiaro: creare un cartello elettorale capace di superare la soglia del 3%. Per farlo, Vannacci punta a federare le realtà disperse della destra radicale e del conservatorismo sociale: le anime del Popolo della Famiglia e le aree più identitarie, i populisti radicali insoddisfatti dalle mediazioni di governo, e gli ex “Berluscones” delusi dal nuovo corso di Tajani e dalla linea editoriale di Mediaset, percepita come troppo sbilanciata a sinistra.
Se questa lettura fosse corretta, la nascita di questo nuovo polo non indebolirebbe il centrodestra, ma lo riequilibrerebbe. Invece di perdere voti verso l’astensione o verso micro-formazioni esterne, la coalizione troverebbe in Vannacci un “raccoglitore” di voti in uscita da Forza Italia e dalla stessa Lega.
Lungi dall’essere il nuovo Fini, Vannacci si candida a essere il guardiano dell’ala destra, pronto a neutralizzare il potere di FI di spostare l’asse del governo verso il centro. Non è una scissione, ma una dislocazione strategica delle forze in campo

@guidodellarovere