IL DARDO del 5 LUGLIO 2026 – Il carboidrato militante: la minaccia nera si sconfigge a colpi di forchetta

C’è un fantasma che si aggira per le piazze d’Italia, ma non ha le fattezze di un bieco totalitarismo o di un plotone in camicia nera. No, ha il profumo del sugo di pomodoro fresco, l’odore del lievito madre e la consistenza decisamente rassicurante di uno spaghetto trafilato al bronzo. È il temibilissimo antifascismo gastronomico.

Da qualche tempo a questa parte, l’estate militante della sinistra non si misura più sul terreno delle proposte economiche o delle riforme sociali, ma sulle calorie. È tutto un fiorire di manifesti che annunciano “pastasciutte antifasciste”, “spaghettate democratiche” e “pizze partigiane”. Eventi imperdibili in cui il dibattito politico viene finalmente ridotto alla sua sintesi più alta: la cottura al dente.

Il presupposto di queste serate è tanto epico quanto surreale: convincere l’avventore che ogni forchettata di carboidrati sia un colpo mortale inflitto al regime. Ci si siede alla sedia di plastica del circolo, si ordina la pastasciutta e, magicamente, ci si sente un po’ Sandro Pertini sulle montagne.

Il piccolo dettaglio che sfugge a questa valorosa resistenza da osteria è che il fascismo – quello vero, storico, con le sue tragiche realtà – è morto e sepolto da oltre ottant’anni. È un capitolo chiuso della storia del Novecento, consegnato ai libri e alla memoria condivisa. Ma per i professionisti dell’allarme permanente, il fascismo non può morire mai. Se morisse, d’altronde, toccherebbe trovare argomenti reali per riempire le piazze. E allora, nel dubbio, si cala la pasta.

La parte più squisitamente ironica dell’intera faccenda è l’anagrafe dei partecipanti e degli organizzatori. Guardando dietro i banconi delle tappe di questo tour del carboidrato democratico, l’età media è quella di adulti nati e cresciuti nella più totale, ovvia e garantita libertà democratica.

Vederli lì, con la maglietta d’ordinanza, a combattere una dittatura finita decenni prima che i loro genitori si conoscessero, fa un effetto strano. È una sorta di gioco di ruolo storico, ma senza il fango delle trincee e con molta più birra alla spina. C’è qualcosa di tenero, e al tempo stesso di profondamente pigro, nel voler vivere di rendita sulle spalle di battaglie combattute (e vinte) dai loro bisnonni, trasformando la memoria storica in un festival della sagra paesana.

Mentre il mondo corre, l’economia cambia e l’Italia affronta le sfide complesse della modernità, la sinistra sembra aver trovato la sua zona di comfort ideale: il menù fisso a quindici euro. La lotta politica si è trasferita dall’aula parlamentare alla cucina, convinta che il destino della Repubblica si decida tra un soffritto e una spolverata di parmigiano (rigorosamente grattugiato in modo democratico).

Sia chiaro, la buona cucina unisce da sempre gli italiani, ed è un valore che difendiamo con orgoglio. Ma elevarla a baluardo contro un nemico immaginario è il segno tangibile di una clamorosa carenza di idee.

Se l’unico modo rimasto per mobilitare le coscienze è prenderle per la gola, allora significa che la proposta politica è davvero ridotta ai minimi termini. Cari amici, godetevi pure la pizza e gli spaghetti, che l’ottima cucina italiana merita sempre di essere celebrata. Ma, per favore, risparmiateci la retorica della resistenza tra un ruttino e il conto. Il fascismo non c’è più. Il conto della cena, purtroppo per voi, sì.

Guido DELLAROVERE