IL DARDO del 26 AGOSTO 2026 – Petrolio e gas russi: quando l’ideologia presenta il conto ai cittadini

C’è una domanda che prima o poi qualcuno dovrà pur fare: quanto ci costa trasformare una scelta energetica in una questione ideologica?

Da anni ci viene ripetuto che non si può comprare petrolio e gas dalla Russia. Non importa quanto costino le alternative, non importa quanto pesino sulle bollette, non importa quanto le imprese debbano spendere per mantenere la competitività. La parola d’ordine è diventata una sola: bisogna rinunciare. Perché sarebbe una scelta di principio, una scelta politica, una scelta morale.

Il problema è che le bollette, purtroppo, non si pagano con i principi.

La politica energetica dovrebbe partire da una domanda molto semplice: come garantire energia sicura, disponibile e al prezzo più conveniente possibile a famiglie e imprese? Se invece il criterio principale diventa quello di dimostrare la propria appartenenza a uno schieramento geopolitico, il rischio è di trasformare i cittadini nei finanziatori delle nostre dichiarazioni di principio.

Sia chiaro: nessuno mette in discussione la necessità di difendere gli interessi nazionali. Ma proprio per questo occorrerebbe ragionare con pragmatismo. Se acquistare energia russa è considerato inaccettabile, bisogna spiegare con altrettanta chiarezza quanto costa sostituirla, chi paga quel costo e per quanto tempo dovrà sostenerlo.

Perché il gas che non arriva dalla Russia non scompare magicamente dal sistema energetico. Deve essere sostituito. E spesso viene acquistato da altri fornitori, trasportato per mare, trasformato, rigassificato e immesso nelle reti con costi differenti. Il petrolio può arrivare da altri Paesi, ma anche in questo caso il mercato mondiale non regala nulla.

E alla fine il conto arriva.

Arriva alle famiglie attraverso le bollette e il prezzo dei carburanti. Arriva alle aziende attraverso l’aumento dei costi di produzione. Arriva ai negozi attraverso prezzi più elevati. Arriva allo Stato attraverso la necessità di intervenire con bonus, compensazioni e sostegni. E quando lo Stato interviene, quei soldi provengono comunque dalle tasse presenti o future dei cittadini.

A pagare sono sempre i soliti.

Il paradosso è che mentre si proclama la necessità di essere indipendenti dal gas russo, l’Italia continua a dipendere dall’estero per una parte rilevantissima del proprio fabbisogno energetico. Abbiamo ridotto una dipendenza, ma non abbiamo ancora costruito una vera autosufficienza. Abbiamo semplicemente modificato, almeno in parte, la provenienza delle forniture.

E allora sarebbe il momento di abbandonare gli slogan.

La politica energetica non può essere né filorussa né anti-russa per principio. Deve essere filo-italiana. Deve tutelare l’interesse degli italiani. Significa diversificare le fonti, aumentare la produzione nazionale dove possibile, sviluppare rinnovabili, potenziare le infrastrutture, valutare seriamente il nucleare e mantenere rapporti commerciali con il maggior numero possibile di Paesi.

La sicurezza energetica nasce dalla diversificazione, non dalla dipendenza ideologica da una sola soluzione.

Se un giorno sarà economicamente e strategicamente conveniente acquistare energia russa, perché dovrebbe essere vietato persino discuterne? Se invece non sarà conveniente o sarà politicamente impossibile farlo, allora si abbia almeno il coraggio di dire ai cittadini quanto costa questa scelta e quali sacrifici comporta.

Perché una cosa è decidere consapevolmente di sostenere un costo per una precisa ragione geopolitica. Un’altra è far pagare quel costo ai cittadini senza nemmeno chiamarlo per quello che è.

Alla fine, le grandi strategie internazionali si decidono nei palazzi della politica. Ma il conto delle loro conseguenze arriva nelle case degli italiani.

E mentre qualcuno discute di principi, ideologie e schieramenti, una famiglia davanti alla bolletta non si chiede da quale parte del mondo arrivi il gas.

Si chiede soltanto: perché devo pagare così tanto?

Dario ANGIONO