IL DARDO del 21 GIUGNO 2026 – Il cortocircuito progressista: il maialino nel piatto fa orrore, i “maiali” in piazza sono intoccabili

Siamo ufficialmente entrati nell’era della schizofrenia culturale eletta a sistema. Com’è possibile che la normalità della carne da macello faccia orrore, mentre lo squallore ostentato nelle nostre città sia diventato intoccabile?

Un’epoca bizzarra in cui l’ordine naturale delle cose viene capovolto sul palcoscenico dell’opinione pubblica, dove l’indignazione non segue più la logica o il buon senso, ma i binari del politicamente corretto più estremo. Il risultato? Un cortocircuito grottesco: mostrare un maialino da latte che arrostisce secondo una tradizione sarda millenaria scatena i linciaggi social dei sedicenti evoluti; vedere sfilate pubbliche trasformate in esibizioni di volgarità e deviazioni spacciate per diritti, invece, raccoglie gli applausi istituzionali.

Due pesi e due misure che costringono a una riflessione brutale: com’è possibile che la normalità della carne da macello faccia orrore, mentre lo squallore ostentato nelle nostre città sia diventato intoccabile?

Il primo atto di questa commedia dell’assurdo va in scena nelle sagre e nelle feste popolari, come la recente celebrazione della tradizione gastronomica sarda. Lì, l’esposizione del maialino simbolo di un’identità rurale, rinfrescata da secoli di cultura culinaria e, soprattutto, finalizzata a un atto naturale come il nutrirsi viene trattata alla stregua di un crimine contro l’umanità. I paladini del progressismo da tastiera gridano alla barbarie e alla violenza visiva.

Cucinare e mangiare carne fa parte della biologia e della storia dell’uomo. Eppure, una società ipocrita che ha rimosso l’origine del cibo preferisce considerare “violenta” una tradizione gastronomica, pretendendo di censurare la realtà della terra per non urtare la sensibilità di chi ha scambiato il supermercato per il giardino dell’Eden.

Il secondo atto si consuma regolarmente nelle strade dei Gay Pride. Qui, con il pretesto della sacrosanta rivendicazione dei diritti civili, si assiste troppo spesso a spettacoli che nulla hanno a che fare con la libertà d’espressione, scivolando dritti nello squallore più totale. Uomini e donne seminudi, atteggiamenti esplicitamente volgari, costumi che richiamano pratiche feticiste e, ironia della sorte, persino maschere da maiali e comportamenti degradanti esibiti alla luce del sole, davanti a famiglie e bambini.

La vera ipocrisia è che questa deriva non rappresenta affatto la stragrande maggioranza delle persone omosessuali, che vivono la propria quotidianità, il proprio lavoro e i propri affetti con assoluta dignità e discrezione. Questo esibizionismo rispecchia unicamente una provocazione fine a se stessa. Eppure, in questo caso, le istituzioni tacciono, i media celebrano e guai a sollevare un’obiezione: chiunque osi chiedere decoro viene immediatamente bollato come retrogrado o intollerante.

Il paradosso è servito. Da un lato il maialino vero no: allevato, cucinato e mangiato secondo natura e tradizione, diventa un tabù intollerabile da censurare. Dall’altro, i comportamenti degradanti sì: l’ostentazione esasperata della carne nuda e di atteggiamenti provocatori viene sdoganata come una conquista di civiltà.

Siamo di fronte a un ribaltamento totale dei valori. Ci si indigna per ciò che è naturale e fisiologico, mentre si normalizza l’eccesso squallido per puro conformismo ideologico. Forse è giunto il momento di smettere di assecondare questa ipocrisia e di ricominciare a chiamare le cose con il loro nome, restituendo il giusto valore alla realtà, alla tradizione e, soprattutto, al rispetto del decoro pubblico.

Guido DELLAROVERE