IL DARDO del 20 GIUGNO 2026 – Il politico e il fantastico mondo dei ruffiani professionisti

C’è una figura che attraversa silenziosamente tutti i palazzi del potere, gli uffici importanti, le aziende di successo e persino i salotti più esclusivi: il ruffiano. Non ha una divisa, non porta un cartellino identificativo e raramente si presenta dicendo: “Buongiorno, sono qui per adularti e sostenere qualsiasi cosa tu faccia”. Sarebbe troppo sincero, e la sincerità, si sa, non è una qualità molto richiesta in certi ambienti.

Il vero ruffiano è più sofisticato. Arriva con un sorriso, una stretta di mano calibrata, una frase apparentemente spontanea e una capacità quasi scientifica di capire cosa il potente di turno abbia bisogno di sentirsi dire. Non dice semplicemente “hai ragione”. Dice: “Hai visto un problema che nessuno aveva il coraggio di affrontare”. Non dice “bella idea”. Dice: “Una scelta coraggiosa che dimostra una visione fuori dal comune”. La differenza è importante: il ruffiano non vende complimenti, vende un’immagine.

E i politici, come tante altre categorie, sono tra le persone più esposte al rischio di essere circondati da questa particolare specie umana. Anzi, forse hanno un piccolo svantaggio rispetto agli altri: il potere tende ad attirare persone. E non tutte arrivano portando competenza, passione civile o il desiderio di contribuire al bene comune. Alcune arrivano semplicemente perché hanno fiutato una porta aperta.

Il politico appena eletto spesso parte con le migliori intenzioni. Entra nel suo ufficio con una cartella piena di idee, progetti, promesse e buoni propositi. Poi, lentamente, scopre che attorno a lui si forma un piccolo esercito di persone pronte a confermare che tutto ciò che fa è straordinario.

“Grande scelta.”
“Decisione storica.”
“Mai visto un amministratore così preparato.”
“Finalmente qualcuno che capisce davvero i problemi.”

Sono frasi che fanno piacere. E proprio per questo sono pericolose.

Perché il problema dei ruffiani è che non sembrano pericolosi. Il nemico evidente è facile da riconoscere: chi critica apertamente, chi mette in dubbio, chi fa domande scomode. Il ruffiano invece arriva con educazione, disponibilità e un atteggiamento collaborativo. È sempre presente, sempre d’accordo, sempre pronto a trasformare un dubbio in una certezza.

Se il politico propone di cambiare una regola, qualcuno dirà che è una riforma epocale. Se decide di non cambiarla, qualcun altro spiegherà che è una scelta prudente e responsabile. Se prende una decisione discutibile, il ruffiano non dirà mai: “Forse abbiamo sbagliato”. Dirà: “La situazione era complessa e lei ha fatto il massimo”.

Il ruffiano è un professionista dell’arte di trasformare ogni cosa in una vittoria.

Anche il problema più evidente diventa una “sfida”. Anche un fallimento diventa una “fase di apprendimento”. Anche una figuraccia può essere presentata come una dimostrazione di umanità. Il vocabolario del ruffiano è una meravigliosa macchina capace di trasformare la realtà in una versione più comoda.

Il rischio più grande, però, è che chi riceve continuamente approvazione finisca per crederci.

Il potere ha una caratteristica curiosa: tende a creare distanza. Più una persona sale, meno persone trova disposte a dirle quello che pensa veramente. Non sempre per paura o interesse. A volte semplicemente perché nessuno vuole essere quello che rovina il clima.

È difficile entrare nella stanza del capo e dire: “Guarda che questa idea non funziona”. È molto più facile dire: “Forse possiamo valutare alcuni aspetti migliorabili”. Il contenuto è lo stesso, ma la seconda frase permette a tutti di sentirsi gentili.

Così, lentamente, la verità viene avvolta nella carta regalo della diplomazia fino a sparire.

Molti politici sostengono di volere persone sincere al loro fianco. “Voglio qualcuno che mi dica la verità”. È una frase bellissima, quasi commovente. Il problema nasce quando arriva davvero qualcuno che la verità la dice.

Perché la sincerità è una cosa meravigliosa in teoria, ma spesso molto fastidiosa nella pratica.

Immaginiamo un collaboratore che si presenti e dica: “Presidente, questa proposta ha dei problemi”. Probabilmente non sarà la persona più amata della giornata. Ora immaginiamo invece qualcuno che dica: “Presidente, questa è una delle intuizioni più brillanti degli ultimi anni”. La seconda persona avrà sicuramente un caffè offerto più volentieri.

Il ruffiano sa che il consenso è una moneta. E sa anche come investirla.

La sua fedeltà non è sempre verso una persona. È spesso verso una posizione, un ruolo, una possibilità. Il ruffiano non ama il potente: ama stare vicino al potente. Sono due cose molto diverse.

Per questo motivo il ruffiano è anche un grande specialista dell’adattamento. Quando un politico perde influenza, il suo seguito di adoratori tende a ridursi rapidamente. Alcuni spariscono misteriosamente, come quei parenti che non rispondono più al telefono quando hai bisogno di aiuto.

Poi, improvvisamente, eccoli ricomparire accanto al nuovo protagonista del momento, pronti a spiegare che “hanno sempre creduto nelle sue capacità”.

La memoria del ruffiano è selettiva. Ricorda perfettamente le persone che contano oggi e dimentica con incredibile rapidità quelle che contavano ieri.

Naturalmente il fenomeno non riguarda solo la politica. Sarebbe troppo facile pensare che il problema viva soltanto nei palazzi istituzionali. Il ruffiano esiste ovunque ci sia una gerarchia.

Nelle aziende c’è chi ride alle battute del direttore anche quando sembrano uscite da un manuale di umorismo dimenticato. Negli ambienti creativi c’è chi definisce “geniale” qualsiasi idea venga da una persona importante. Nel mondo accademico, nello spettacolo, nello sport e persino nelle piccole comunità, l’adulazione trova sempre un terreno fertile.

Dove c’è qualcuno che decide, spesso compare qualcuno che vuole piacere a chi decide.

La cosa interessante è che il ruffiano raramente pensa di essere un ruffiano. Quasi nessuno si sveglia la mattina dicendo: “Oggi farò il lecchino professionista”. Più spesso si racconta una storia diversa: “Sto solo costruendo buoni rapporti”, “sto cercando di essere positivo”, “non serve essere sempre negativi”.

Ed è proprio qui che sta la zona grigia.

Perché essere positivi è una qualità. Essere collaborativi è una qualità. Riconoscere il valore degli altri è una qualità. Il problema nasce quando il complimento sostituisce il pensiero, quando il consenso prende il posto del confronto.

Un leader circondato solo da persone che applaudono rischia di perdere il contatto con ciò che accade davvero. È come guidare un’auto con cento persone che urlano “perfetto!” ma nessuna che guarda la strada.

Il vero lusso per chi governa, dirige o comanda non è avere una folla di sostenitori. È avere vicino qualcuno capace di dire: “Aspetti, forse stiamo sbagliando”.

Quella persona magari sarà meno simpatica, meno disponibile, meno pronta a fare complimenti. Ma potrebbe essere molto più utile.

Il problema è che la verità non ha lo stesso fascino dell’adulazione. La verità non fa sentire importanti. Non costruisce illusioni. Non regala quella piacevole sensazione di essere sempre nel giusto.

Il ruffiano invece offre un servizio psicologico gratuito: crea una realtà parallela dove il capo è sempre brillante, le decisioni sono sempre lungimiranti e gli errori sono semplicemente “incompresi dagli altri”.

È una realtà comoda, ma fragile.

Perché prima o poi arriva il momento in cui il mondo esterno entra nella stanza. Arrivano i problemi veri, le conseguenze delle decisioni, le domande dei cittadini, dei clienti, degli elettori. E allora il castello costruito con i complimenti rischia di crollare.

Alla fine il politico circondato solo da ruffiani può subire una trasformazione quasi involontaria: da persona che cerca consenso diventa persona che cerca conferme.

E quando chi comanda smette di ascoltare ciò che succede fuori e ascolta soltanto il coro di chi gli sta vicino, il rischio è quello di governare un Paese immaginario.

Un Paese dove tutto funziona, dove ogni scelta è brillante, dove ogni critica è solo invidia e dove ogni problema è una “straordinaria opportunità”.

Peccato che fuori dal palazzo, lontano dai sorrisi di circostanza e dagli applausi automatici, la realtà continui a esistere.

E la realtà, curiosamente, è l’unica cosa che non ha mai imparato a fare il ruffiano.

Dario ANGIONO