IL DARDO del 21 FEBBRAIO 2026 – Oropa 1926-2026: Cent’anni di gloria e il paradosso dei cantieri. La funivia che non sa più volare

Settembre 1926. Biella non era solo polvere di lana e rumore di telai. Il 15 di quel mese, mentre l’Italia cercava faticosamente una sua modernità, accadeva qualcosa di straordinario: inaugurava la funivia di Oropa. Non un impianto qualunque, ma la prima funivia costruita in tutto il Piemonte. Punto. Sette minuti per passare dai 1200 metri del Santuario ai 1900 del Lago del Mucrone. Un balzo verso il cielo che, nel solo primo anno di esercizio, portò su 200mila persone. In un’epoca in cui la montagna era fatica e scarponi chiodati, Biella regalava il sogno del volo a una massa oceanica.

Quella funivia non era solo ferro e cavi; era una dichiarazione d’intenti. Diceva al mondo che questa città sapeva innovare, sapeva osare, sapeva costruire in grande. È stata per novantacinque anni il nostro orgoglio, un pezzo di identità collettiva che guardavamo dal basso con la certezza che fosse eterna. Poi, il 15 dicembre 2021, il silenzio. Fine della vita utile. Scadenza tecnica. Strutture che, dopo quasi un secolo, chiedevano il conto. Da quel giorno, il Mucrone è diventato più lontano, e noi più poveri.

Oggi, però, la narrazione si è spostata su un terreno scivoloso: quello delle promesse e dei cantieri che sembrano fantasmi. Siamo nel 2024 e, sulla carta, “arriva il bello”. Il Comune ha stanziato sei milioni di euro — un mosaico di fondi PNRR, regionali, comunali e provinciali. L’obiettivo dichiarato è ambizioso, quasi poetico: riaprire nel 2026, esattamente cento anni dopo quel primo storico viaggio. Ma mentre si fanno i progetti e le miriadi di autorizzazioni le strutture stanno cedendo e come cartolina non resta che la stazione di monte che resiste lassù, in condizioni pietose, come un dente scheggiato visibile da tutta la conca.

E qui nasce la polemica, amara e necessaria. Perché una città che sa ricostruire ciò che ha perso è una città che ha memoria, ma una città che si arena nella burocrazia e nei tempi morti è una città che sta rinunciando alla propria anima. Siamo passati dai pionieri del 1926, che costruirono un miracolo tecnologico in tempi record, ai burocrati che lottano contro scadenze, bandi e incertezze.

Vedere quella linea spezzata non è solo un colpo all’occhio per il turista; è una ferita aperta per il biellese che sa quanto quella funivia sia vitale per l’economia montana e per il prestigio del territorio. Non si tratta di nostalgia. Non stiamo chiedendo di rimettere in piedi un vecchio cimelio per ricordo. Si tratta di resurrezione funzionale.

Il progetto è chiaro, i fondi ci sono (o almeno così ci viene detto), ma il tempo stringe. Il 2026 è dietro l’angolo e Biella non può permettersi di arrivare al centenario con un nastro tagliato a metà o, peggio, con un’opera incompiuta. Se nel 1926 si ebbe il coraggio di essere i primi in Piemonte, oggi dovremmo avere almeno la dignità di non essere gli ultimi a consegnare un’opera pubblica essenziale.

Perché ricostruire non è solo un atto tecnico: è ricordare chi eravamo per capire chi vogliamo diventare. E se vogliamo tornare a essere quella Biella che sapeva “portare la gente dove prima nessuno poteva andare”, dobbiamo smetterla di guardare i cantieri e iniziare a vedere le cabine muoversi di nuovo. Il Mucrone aspetta, e la pazienza dei biellesi è ufficialmente scaduta.

@guidodellarovere