C’è un limite oltre il quale il pragmatismo politico si trasforma in vera e propria resa culturale. Quel limite è stato ampiamente superato il 19 giugno scorso, quando le sale dell’Istituto Centrale per la Grafica un ente che risponde direttamente al Ministero della Cultura si sono spalancate per ospitare l’iniziativa “Grafica Pride”. Una decisione inaccettabile per chi ha votato questo centrodestra sperando in una reale inversione di rotta rispetto agli anni del pensiero unico progressista.
A dare voce al profondo sconcerto e alla rabbia di milioni di elettori conservatori è stato, ancora una volta, il generale Roberto Vannacci. Con la consueta lucidità e senza giri di parole, il leader di Futuro Nazionale ha sollevato il velo su una deriva pericolosa, coniando un termine che fotografa alla perfezione l’attuale stato delle cose: la “destra fluida”.
L’affondo di Vannacci non è solo una critica politica, ma un doveroso richiamo all’ordine ideale per una maggioranza che sembra aver smarrito la bussola. Vedere un’istituzione dello Stato, sotto un governo teoricamente sovranista e conservatore, prestare il fianco e il proprio prestigio alla retorica dei Pride rappresenta un cortocircuito intollerabile.
«È la destra fluida, quella che fa la stessa politica della sinistra. Ora si schiera con gli Lgbtq. Un’iniziativa del genere me la sarei aspettata da un Governo di estrema sinistra, non da una coalizione che si dichiara di centrodestra. La distanza tra questo centrodestra e la sinistra più radicale è ormai quasi impercettibile.»
Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale
Le parole del generale toccano un nervo scoperto. Come si può pretendere di combattere l’egemonia culturale della sinistra se poi, nei fatti, se ne mutuano le ricette, i palcoscenici e le parole d’ordine? La convergenza culturale tra l’attuale esecutivo e l’opposizione non è più un sospetto, ma una realtà evidente che si manifesta non solo sui temi etici, ma anche nell’appiattimento sulle direttive di Bruxelles, dal sostegno all’agenda Draghi fino alla sponda concessa a Ursula von der Leyen.
A poco servono le repentine prese di distanza del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, il quale si è affrettato a dichiarare di aver appreso dell’evento solo dai giornali. Se da un lato la “sorpresa” del ministro certifica il caos e la mancanza di controllo sui vertici degli enti culturali dello Stato, dall’altro non cancella il dato politico: l’evento si è tenuto, la bandiera del Pride è stata piantata in un ministero chiave e nessuno ha mosso un dito per impedirlo.
Non ci si può trincerare dietro l’autonomia tecnica o l’ignoranza dei fatti quando è in gioco l’identità stessa della coalizione. Chi governa ha il dovere di vigilare e di imprimere una svolta, non di assistere passivamente all’occupazione permanente dei salotti culturali da parte delle solite lobby.
È proprio in questo vuoto di coraggio che la proposta di Futuro Nazionale e del generale Vannacci diventa l’unico vero faro per il popolo della destra identitaria. I milioni di cittadini che non si rassegnano a un compromesso al ribasso hanno finalmente una voce che non ha paura di sfidare il politicamente corretto.
La battaglia attorno a “Grafica Pride” dimostra che la vera opposizione alla deriva progressista non si fa nei palazzi del potere romano calando la testa, ma portando avanti con coerenza i valori della famiglia, della tradizione e della sovranità culturale. Vannacci ha tracciato la linea: ora spetta agli elettori decidere da che parte stare.
Guido DELLAROVERE

