Diciamolo con chiarezza: di fronte alla scomparsa di un essere umano il rispetto è sempre dovuto. Nessun accanimento e nessuna mancanza di rispetto per la salma. Se non ci fosse di mezzo l’annuncio dei funerali di Stato, questa riflessione non avrebbe nemmeno ragione di esistere. Parce sepulto.
Tuttavia, nel momento in cui la sfera pubblica decide di accordare le esequie di Stato, la questione cambia radicalmente: si tratta di stabilire chi meriti di accedere al Pantheon ufficiale della Repubblica. Ed è qui che la domanda si impone con forza.
In Italia l’omaggio dei funerali di Stato è disciplinato dalla legge n. 36 del 7 febbraio 1987. La norma ne prevede l’assegnazione automatica alle massime cariche costituzionali (anche a mandato concluso) e ai ministri deceduti durante l’esercizio delle proprie funzioni. Per tutti gli altri casi serve una delibera ad hoc del Consiglio dei Ministri, riservata a personalità che abbiano “illustrato la Nazione” o a cittadini caduti per il bene pubblico.
Guardando il curriculum di Emma Bonino, viene spontaneo chiedersi in quale modo rientri nel criterio dell’aver dato lustro al Paese.
Per comprendere il metro di giudizio adottato in passato, basta scorrere la lista dei cittadini a cui è stata concessa questa benemerenza:
Arturo Toscanini (1957) – Maestro d’orchestra di fama mondiale
Salvatore Quasimodo (1968) – Premio Nobel per la Letteratura
Eugenio Montale (1981) – Premio Nobel per la Letteratura
Eduardo De Filippo (1984) – Gigante del teatro e della drammaturgia
Federico Fellini (1993) – Maestro del cinema internazionale
Alberto Sordi (2003) – Icona della cinematografia italiana
Luciano Pavarotti (2007) – Tenore di fama planetaria
Mike Bongiorno (2009) – Padre fondatore della televisione italiana
Alda Merini (2009) – Poetessa di straordinaria intensità
Rita Levi-Montalcini (2012) – Premio Nobel per la Medicina
Gigi Proietti (2020) – Pilastro dello spettacolo e del teatro
Piero Angela (2022) – Scrittore e simbolo della divulgazione scientifica
Maurizio Costanzo (2023) – Figura chiave del giornalismo televisivo
(Vale la pena ricordare che campioni come Paolo Rossi nel 2020 ricevettero esequie solenni, ma non i funerali di Stato ufficiali).
Alla luce di questo elenco, quale sarebbe il contributo memorabile della Bonino? Aver ridimensionato lo spirito originario della stagione radicale di Marco Pannella per rincorrere una carriera politica di palazzo? Aver snaturato quelle battaglie d’opposizione che, giuste o sbagliate, avevano almeno una loro dignità anticonformista?
O forse la si vuole celebrare per certe sue discutibili uscite sul tema dell’immigrazione, quando sosteneva la necessità degli irregolari come forza lavoro a basso costo per la raccolta nei campi?
O magari per quanto ammesso candidamente nel luglio 2017, quando confermò che furono proprio le istituzioni di quel periodo a chiedere che gli sbarchi e il coordinamento dei soccorsi avvenissero unicamente nei porti italiani, persino superando i vincoli del Trattato di Dublino?
Si dirà: “Ha lottato per i diritti civili, come il divorzio o l’aborto”. Ma i fatti storici dicono altro. Loris Fortuna ed Antonio Baslini, che aprirono la strada alla legge sul divorzio, non ebbero alcun funerale di Stato. Stessa sorte per le figure che concretizzarono la legge sulla IVG, come Giglia Tedesco, capace di battersi con coraggio anche contro le resistenze interne al proprio partito.
Nessun funerale di Stato fu mai concesso a Franco Basaglia (l’uomo della riforma psichiatrica), a Gino Giugni (padre dello Statuto dei Lavoratori), o ad Beniamino Andreatta. E che dire di Tina Anselmi? Una figura che ha dato al Paese un contributo istituzionale e sociale immensamente superiore a quello della Bonino – a lei dobbiamo la nascita del Servizio Sanitario Nazionale e la firma sulla legge 194 – eppure non le fu accordata questa solennità.
Nemmeno ai Padri Fondatori dell’Unione Europea vennero riservate esequie di questo tipo. Nemmeno a pilastri del giornalismo come Enzo Biagi o Indro Montanelli.
E allora qual è la reale motivazione?
Promuovere a modello nazionale chi ha contribuito a un’idea di società individualista, fondata sulla svalutazione della persona e sullo sfruttamento pragmatico del lavoro, appare una forzatura storica e politica. Senza la decisione di concedere i funerali di Stato, queste considerazioni sarebbero rimaste nel cassetto. Ma di fronte alla trasformazione di una figura così controversa in un simbolo di Stato, il dissenso resta un dovere di chiarezza.
Guido Dellarovere
