Quattro sindacati che di solito faticano a mettersi d’accordo su tutto hanno firmato insieme una lettera al Capo del Dipartimento per dire che la fiducia nel Provveditore regionale è finita. Non è un fatto di ordinaria amministrazione. Quando succede, è perché chi lavora dentro le carceri ha esaurito ogni altro modo per farsi ascoltare.
I numeri spiegano il resto. In Piemonte ci sono 4.445 detenuti dove ce ne starebbero 3.978. Mancano 455 agenti. A Torino, da gennaio, il personale è stato aggredito 57 volte. Dall’ultimo corso ne sono arrivati 30 per tre regioni: non bastano nemmeno a sostituire chi va in pensione. Non serve essere esperti per capire che i conti non tornano.
E Biella non fa eccezione. Il nostro carcere ospita più di 500 detenuti in una struttura pensata per meno di 400. Solo nelle ultime due settimane un ragazzo di 23 anni si è tolto la vita in cella, un incendio ha devastato una sezione e gli agenti hanno dovuto evacuare i detenuti in mezzo al fumo, e pochi giorni fa lo stesso personale ha scoperto detenuti che facevano dirette sui social con uno smartphone. Dall’inizio dell’anno si contano oltre venti episodi critici, tra aggressioni, risse, incendi e proteste: quasi uno ogni dieci giorni. Chi lavora lì dentro rientra a casa dopo turni doppi, con le ferie saltate un’altra volta e, sempre più spesso, con una contestazione disciplinare in tasca. Chiediamo a queste persone di tenere in ordine un sistema che lo Stato non riesce più a governare, e poi le trattiamo come il problema. Non è accettabile.
Ma un carcere che scoppia non fa male solo a chi ci lavora. Fa male anche a chi ci è rinchiuso. Celle pensate per due che ne ospitano quattro, suicidi e atti di autolesionismo che la stessa lettera dei sindacati elenca con preoccupazione, niente lavoro, niente percorsi seri di recupero: così il carcere non rieduca nessuno, e chi esce torna a delinquere. Chi ha sbagliato deve pagare fino in fondo, ma deve farlo in un luogo degno di uno Stato civile. Gianni Alemanno lo ha visto con i suoi occhi, e la posizione di Futuro Nazionale nasce anche da lì: la sicurezza degli agenti e la dignità dei detenuti non sono in contrasto, sono due facce della stessa medaglia. Dove manca l’una, manca anche l’altra.
Per questo stiamo dalla parte degli agenti della Polizia Penitenziaria, e lo diciamo senza giri di parole, con proposte che ripetiamo da tempo: assunzioni vere, non contingenti simbolici; stipendi e tutele all’altezza del rischio; carceri nuove e vecchie strutture rimesse a posto, a partire dalla nostra; lavoro e formazione dentro gli istituti; certezza della pena; e i detenuti stranieri, che sono una fetta enorme del sovraffollamento, mandati a scontare la pena nei loro Paesi. Il sovraffollamento non si risolve aprendo le porte, ma facendo funzionare lo Stato.
Al Governo e al Ministero chiediamo una cosa sola: rispondere. Non con una circolare, non con un tavolo, non con l’ennesima rassicurazione. Quando chi lavora dentro le carceri scrive “la misura è colma”, o lo si ascolta adesso o lo si ascolterà dopo la prossima tragedia. E a Biella la prossima tragedia non è un’ipotesi: è una statistica.
Noi la nostra parte la faremo. Saremo accanto agli agenti in ogni iniziativa vorranno prendere, dentro e fuori il carcere. Perché uno Stato che lascia soli i suoi uomini in divisa, prima o poi, resta solo anche lui.
Guido Dellarovere

