Il dibattito sulla gestione delle risorse idriche nel bacino dell’Elvo (300 km² di estensione e oltre 58 km di asta fluviale) solleva nodi strutturali che superano la contingenza locale. Al centro del confronto vi sono le ipotesi di captazione e sbarramento idraulico per fini irrigui e idropotabili, contrapposte alle evidenze scientifiche di vulnerabilità di un territorio già intrinsecamente fragile.
Il quadro tecnico e la pressione sul torrente
Da un punto di vista idrogeologico, la porzione medio-alta della valle è segnata da versanti instabili a causa di coperture detritiche superficiali (soggette a shallow landslide, come monitorato da ARPA Piemonte), mentre la zona centro-meridionale poggia su depositi morenici e fluvioglaciali. Con una portata media storica alla confluenza con il Cervo di 6,8 m³/s, l’Elvo subisce già forti oscillazioni stagionali e magre severe. La pressione antropica è elevata, complici le interconnessioni con i canali artificiali (come il Depretis) che trasferiscono quote idriche dalla Dora Baltea per sostenere l’agricoltura di pianura.
In questo equilibrio precario, nuovi sbarramenti sul modello del vicino invaso dell’Ingagna (8 milioni di m³) comporterebbero criticità oggettive: l’alterazione del Deflusso Minimo Vitale (DMV) con il rischio di declassamento dello stato ecologico del corpo idrico (protetto dalla Direttiva UE 2000/60), l’interruzione del trasporto solido sedimentario (causa di gravi fenomeni di “acqua affamata” ed erosione a valle) e l’inserimento di infrastrutture pesanti in aree classificate a rischio molto elevato (R4) dai Piani di Assetto Idrogeologico (PAI).
Oltre il no: la necessità di vincoli permanenti
L’attuale mobilitazione di cittadini e comitati si concentra, comprensibilmente, sul blocco dei Documenti di Fattibilità delle Alternative Progettuali (DocFap). Tuttavia, un’analisi strategica evidenzia come l’opposizione alla sola fase istruttoria sia una misura necessaria ma non sufficiente. Le spinte infrastrutturali, dettate dalle emergenze siccitose cicliche, tenderanno a ripresentarsi regolarmente sotto nuove sigle o canali di finanziamento straordinari.
La vera lungimiranza consiste nel mutare l’approccio da reattivo a proattivo. Non basta bloccare la prima fase di studi: bisogna agire d’anticipo per fare in modo che le fasi successive – ovvero scavi, movimenti terra e cantierizzazioni – siano giuridicamente e urbanisticamente impraticabili. La strada maestra è l’edificazione immediata di un sistema di vincoli paesaggistici e ambientali permanenti.
Strumento di Tutela Azione Tecnica Obiettivo Strategico
Codice dei Beni Culturali(D.Lgs. 42/2004) Richiesta di inserimento dell’alveo e delle sponde nel Piano Paesaggistico Regionale (PPR). Dichiarazione di notevole interesse pubblico con conseguente inedificabilità assoluta.
Rete Natura 2000(ZSC / SIC) Ampliare le tutele ecologiche per la salvaguardia di habitat e specie endemiche della sponda. Obbligo di Valutazione di Incidenza (VInA) con vincolo conformativo al non-deterioramento.
Varianti Urbanistiche(PRGC) Adeguamento coordinato dei Piani Regolatori dei Comuni della valle. Azzonamento protettivo vincolante basato sul rischio geomorfologico e di conservazione.
Non basta dimostrare che un’opera sia inutile oggi; occorre certificare che il territorio non possa ospitarla domani. Trasformare il valore naturalistico della Valle Elvo da una legittima argomentazione ambientale a un limite di legge invalicabile è l’unico modo per proteggere l’acqua, la terra e il futuro della comunità.
Guido DELLAROVERE

