IL DARDO del 20 GIUGNO 2026 – Prima gli Italiani: la solidarietà è un bancomat altrui

In Italia è diventato di moda piangere più per le disgrazie degli altri che per le nostre. Il ministro di turno appare in tv con gli occhi lucidi per l’alluvione in qualche sperduta regione asiatica, mentre a due passi da Montecitorio le buche fanno sembrare Roma un campo minato. «Prima gli italiani» viene liquidato come slogan razzista da salotto, ma è solo la richiesta elementare di un cittadino stanco di fare da bancomat per mezzo mondo.

Lo Stato italiano ha un unico vero dovere: occuparsi di chi paga le tasse. Invece sembra una ONG fallimentare con sede a Roma, specializzata nel regalare soldi pubblici a chiunque tranne che agli italiani.

Le tasse non sono un fondo infinito. Non piovono dal cielo. Sono i soldi sudati di operai, partite IVA, dipendenti pubblici e pensionati che si vedono spolpati da IRPEF, IVA, bollo, IMU, tasse sui rifiuti, sulla salute, sul respiro. E poi? Poi quei soldi finiscono in accoglienze straordinarie, fondi umanitari, missioni internazionali, contributi a ONG che sembrano avere più potere del governo stesso.

Prendiamo l’immigrazione. Barconi che arrivano a Lampedusa? Porti aperti, tende, cellulari, corsi di italiano, pocket money. Tutto pagato. Intanto un anziano di Brescia muore di freddo in una casa popolare perché il riscaldamento costa troppo e gli aiuti non arrivano. Una famiglia di Bergamo non riesce a pagare la mensa scolastica dei figli, ma i fondi per l’integrazione ci sono sempre, copiosi, immediati. È solidarietà? No, è presa per il culo organizzata.

I politici di sinistra (e non solo) adorano la retorica del “noi siamo un paese accogliente”. Traduzione: voi pagate, noi facciamo bella figura sui giornali. Ogni emergenza internazionale diventa un’occasione per stanziare milioni. Terremoto in Turchia? Soldi. Alluvione in Pakistan? Soldi. Carestia in Africa? Soldi.

Emergenza climatica? Altri soldi, con tanto di voli privati per andare a parlarne a Glasgow o Dubai. Nel frattempo, le scuole italiane crollano, gli ospedali hanno code bibliche, i treni regionali sembrano reliquie del dopoguerra e le strade provinciali sono peggio di quelle del terzo mondo.

La satira diventa nera quando guardi i fatti. L’Italia è tra i paesi che versano di più nei fondi UE per cooperazione e aiuti. Partecipiamo a ogni programma umanitario possibile. Risultato? Contribuenti spremuti come limoni e servizi pubblici da paese fallito. I nostri pensionati prendono mille euro al mese dopo quarant’anni di contributi, mentre lo Stato trova sempre risorse per garantire “accoglienza dignitosa” a chi è appena sbarcato. Dignitosa per loro, indecente per noi.

E le ONG? Ah, le ONG. Vere regine del business umanitario. Navi che pattugliano il Mediterraneo come fossero taxi d’acqua, con equipaggi pagati e rifornimenti a spese nostre. Ogni sbarco è una festa: foto, interviste, indignazione contro chi osa chiedere controllo. Chi protesta viene tacciato di egoismo. Intanto i quartieri popolari di Milano, Roma, Napoli e Torino diventano zone franche dove l’italiano onesto ha paura a uscire di casa. Ma guai a dirlo: sei razzista.

La pressione fiscale è tra le più alte d’Europa. Un lavoratore dipendente medio si vede portare via il 45- 50% tra tasse e contributi. Poi deve pagare il ticket per le analisi, la retta dell’asilo nido (quando c’è posto), l’università per i figli. E lo Stato? Lo Stato piange per i bambini in Siria. Bellissimo. Peccato che molti bambini italiani crescano in classi con 30 alunni, con insegnanti precari e muri scrostati. Ma la solidarietà internazionale viene prima.

Guardiamo i politici. Appena c’è una telecamera, sono pronti a firmare assegni in bianco. “Faremo la nostra parte”, ripetono come pappagalli. La loro parte, certo. Quella pagata da noi. Poi tornano a casa, nelle loro ville con giardino, scortati, mentre l’italiano medio fa la fila alla Caritas. Ipocrisia allo stato puro. La stessa gente che predica accoglienza senza limiti manda i figli nelle scuole private e vive in quartieri blindati. Loro la solidarietà la predicano. Noi la paghiamo.

Il paradosso più grottesco è il seguente: se proponi di mettere prima gli italiani – riparare scuole, assumere medici, costruire case popolari, abbassare le tasse a chi produce – ti danno del populista. Se invece dici “accogliamo tutti, costi quel che costi”, sei un illuminato. Costa? Certo che costa. Costa in servizi che mancano, in sicurezza che sparisce, in futuro che viene ipotecato. Ma i conti li fanno sempre gli altri.

Le rimesse degli italiani all’estero valgono miliardi ogni anno. Quei soldi entrano in Italia e aiutano le famiglie. Ma lo Stato italiano continua a comportarsi come se i suoi cittadini fossero una mucca da mungere all’infinito per finanziare esperimenti sociali. Le imprese chiudono o scappano per tasse

soffocanti, i giovani emigrano perché qui non c’è lavoro dignitoso, eppure i fondi per progetti umanitari all’estero non mancano mai.

Basta guardare Lampedusa. Isola trasformata in un enorme centro di accoglienza a cielo aperto. I residenti esasperati, i turisti che scappano, l’economia locale distrutta. Ma per Roma è solo un dettaglio.

L’importante è non apparire “cattivi” sui media internazionali. Meglio sacrificare un’isola intera piuttosto che dire la verità: non possiamo accogliere tutti. Non abbiamo le risorse. Non è razzismo, è matematica.

La sanità è un altro capitolo da incubo. Liste d’attesa interminabili, pronto soccorso intasati, reparti chiusi per mancanza di personale. Ma quando serve accogliere migranti con problemi sanitari, i soldi saltano fuori magicamente. Stessa cosa per l’edilizia scolastica: fondi europei bloccati, cantieri eterni, classi in prefabbricati. Però i progetti di cooperazione internazionale corrono veloci.

È arrivato il momento di dire basta a questa solidarietà a senso unico. Prima gli italiani significa: prima ripariamo le nostre infrastrutture, prima garantiamo sanità e scuola decenti, prima abbassiamo la tassazione che strangola chi lavora, prima diamo sicurezza alle nostre città. Poi, solo poi, con i conti in ordine e i doveri rispettati, possiamo aiutare gli altri in modo serio, senza sprechi e senza ipocrisia.

Oggi invece è tutto al contrario. Lo Stato fa il filantropo con i soldi degli altri e lascia i propri cittadini a cavarsela da soli. Il risultato è un paese arrabbiato, stanco, che non crede più a niente. I talk show straparlano di umanità, mentre fuori dallo studio la gente fa i conti a fine mese e vede che non quadrano.

La satira più feroce è questa: l’Italia è diventata il paese dove è più facile ottenere aiuti se sei straniero appena arrivato piuttosto che se sei italiano da generazioni in difficoltà. Questo non è progresso, è suicidio assistito. È lo Stato che tradisce il suo patto fondamentale con chi lo finanzia.

Basta con gli slogan vuoti. Basta con le lacrime di coccodrillo per le tragedie lontane mentre ignoriamo le nostre. Prima gli italiani non è egoismo. È l’unico modo per non affondare tutti insieme. Le tasse devono servire prima di tutto a chi le paga. Punto. Il resto è propaganda buona per i salotti buoni, ma insostenibile per chi vive nella realtà.

Chiunque abbia un minimo di buon senso lo capisce. Ma il buon senso, in Italia, sembra essere diventato un lusso raro. E mentre noi aspettiamo che torni di moda, il bancomat continua a suonare. Stavolta però la carta sta per scadere.

Dario ANGIONO