Si è svolto ieri a Torino il consueto appuntamento con il Pride, una manifestazione che, anno dopo anno, sembra smarrire sempre più qualsiasi pretesa di rivendicazione civile per trasformarsi in una sfilata autoreferenziale, priva di reali contenuti valoriali. Quella che viene dipinta dai media mainstream come una festa della libertà e dell’inclusione si rivela, agli occhi di una larghissima fetta di cittadini, come una vera e propria carnevalata. Un palcoscenico di eccessi e provocazioni fini a se stesse, che nulla ha a che fare con il rispetto delle persone e che, al contrario, rischia di danneggiare l’immagine stessa della città.
Il problema principale di questi eventi risiede nella totale assenza di un nucleo valoriale costruttivo. Si assiste a esibizioni pubbliche che superano il limite del buongusto, mettendo in scena uno spettacolo inadatto, in particolar modo per i più piccoli. La presenza di bambini tra il pubblico o, peggio ancora, nei cortei solleva interrogativi profondi. Quale messaggio pedagogico si vuole trasmettere alle nuove generazioni? In un momento storico in cui la stabilità sociale avrebbe bisogno di punti di riferimento solidi, spettacoli del genere non fanno altro che confondere i più giovani, minando alla base la percezione dei valori tradizionali e l’importanza della famiglia naturale, composta da una madre e un padre. Un modello, quest’ultimo, che sembra quasi dover chiedere il permesso per essere difeso, nonostante rimanga il pilastro insostituibile della nostra società.
Oltre all’aspetto puramente estetico e antropologico, il Pride di Torino ha evidenziato una spiccata e paradossale strumentalizzazione politica. Tra i carri e gli slogan, è emerso con forza un chiaro posizionamento ideologico della sinistra, con continui riferimenti a questioni geopolitiche internazionali, in primis la causa palestinese. Un cortocircuito logico e culturale che non può passare inosservato. Risulta quantomeno bizzarro, se non del tutto ipocrita, vedere sventolare le bandiere del Pride accanto a simboli di mondi e culture che, nei fatti, rifiutano categoricamente e reprimono con durezza l’omosessualità.
Sorge spontanea una provocazione: perché i movimenti che organizzano queste manifestazioni in Occidente, protetti dalle garanzie democratiche e dalle libertà delle nostre nazioni, non provano a promuovere un Pride nei territori governati da Hamas o in quegli Stati teocratici dove il dissenso non è tollerato? La risposta è ovvia: lì non verrebbe concessa alcuna autorizzazione e i governanti di quei Paesi non mostrerebbero la minima tolleranza. Eppure, le piazze progressiste nostrane scelgono di sposare acriticamente quelle cause, dimostrando come il Pride sia diventato un contenitore ideologico della sinistra radicale, utile solo a lanciare slogan contro il governo nazionale e l’identità conservatrice.
Torino merita un dibattito pubblico serio, basato sul decoro e sul rispetto della sensibilità di tutti i cittadini, non una parata che impone una visione ideologica e unilaterale della società. È tempo di rimettere al centro della discussione pubblica i valori reali, la tutela della famiglia e l’educazione dei figli, difendendoli da derive culturali che svuotano di significato le nostre tradizioni più profonde.

