C’è una retorica di regime, nel mondo dello spettacolo italiano, che ormai non si cura nemmeno più di salvare le apparenze. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, è andato in scena in occasione delle celebrazioni del 2 giugno 2026. Protagonista Paola Cortellesi, l’icona del progressismo cinematografico nostrano, salita in cattedra per impartire la solita lezioncina morale sulla storia patria e sui diritti delle donne. Un intervento che, sotto la vernice dell’impegno civile, ha rivelato la solita, trita operazione di propaganda a senso unico, infarcita di inesattezze storiche e omissioni ideologiche francamente intollerabili. La Cortellesi ha sciorinato un elenco di nomi altisonanti: Tina Anselmi, Nilde Iotti, Irma Bandiera, Teresa Vergalli, Teresa Mattei. Figure monumentali, certo. Ma il peccato originale del suo monologo risiede in una premessa tanto falsa quanto pretestuosa: a detta della regista, infatti, questi nomi non verrebbero mai nominati da nessuno. Una menzogna smentita dai fatti. Chi scrive, ad esempio,ricorda proprio le celebrazioni del 2 giugno a La Spezia, dove in un evento dal titolo esplicito “Donne d’Italia” la Iotti e la Anselmi sono state ricordate e celebrate pubblicamente. Sostenere che la storia dimentichi le Madri Costituenti è il solito vittimismo strumentale, utile solo a ritagliarsi il ruolo di “salvatrice della patria” e a strappare l’applauso facile di una platea compiacente. Ma lo scetticismo si trasforma in aperta indignazione quando si analizza ciò che la “brava” Paola ha scientemente deciso di non dire. Nella sua narrazione declinata al femminile, la Cortellesi ha completamente dimenticato di nominare l’unica donna che oggi detiene il massimo potere esecutivo nel Paese: la Prima Ministra Giorgia Meloni. Com’è possibile celebrare la storia delle donne nelle istituzioni ignorando la prima donna Presidente del Consiglio della storia repubblicana? Semplice: non appartiene alla parrocchia politica corretta. Per la sinistra culturale, il soffitto di cristallo vale solo se a romperlo è una di loro. Il capolavoro di ipocrisia si compie però sul terreno della memoria storica. La Cortellesi ha applicato un filtro ideologico spietato, cancellando il sangue delle donne colpevoli di stare “dalla parte sbagliata”. Ha dimenticato volutamente Giuseppina Ghersi, la ragazzina di tredici anni violentata e uccisa dai partigiani a guerra finita. Ha ignorato Marilena Grilli a Torino, Luciana Minardi nel ravennate, Rosa Amodio nel luglio del ’47, Norma Crosetto. Ha steso un velo di silenzio sulle decine di ausiliarie trucidate, sulle donne violentate, tosate ed epurate per presunto collaborazionismo nei mesi successivi al 25 aprile. Le vittime non hanno colore politico, o almeno non dovrebbero averlo per chi si professa paladino dei diritti delle donne. Se la memoria deve essere condivisa e pacificata, non si possono selezionare i martiri in base alla tessera di partito. Questa non è cultura, è selezione chirurgica della realtà. Paola Cortellesi, sul palco del 2 giugno, ha dimostrato di non aver bisogno di recitare: ha mostrato i suoi reali caratteri somatici di intellettuale organica al sistema. Una maschera di ipocrisia che non incanta più nessuno. Davanti a questa parzialità, l’unica risposta possibile è il dissenso civile, anche commerciale: per quanto mi riguarda, mai più un biglietto per un film di “Visione” dove sia presente anche solo un suo cameo. La memoria dimezzata merita il vuoto in sala
Guido Dellarovere
Referente FUTURO NAZIONALE BIELLA 352
