IL DARDO del 8 OTTOBRE 2026 – Due pesi, due misure: se la pena dipende dal colore politico

La doppia morale della magistratura italiana ha toccato l’ennesimo vertice del grottesco. Le recenti decisioni dei giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Roma sul caso dell’assalto alla sede nazionale della CGIL non rappresentano soltanto un esempio di rigore inflessibile, ma rasentano una vera e propria farsa giudiziaria, soprattutto se messe a confronto con la consueta e imbarazzante clemenza riservata ad altre piazze d’Italia.
​I numeri del verdetto parlano da soli e lasciano sbalordito chiunque cerchi di applicare un minimo di proporzionalità tra la pena inflitta e il fatto commesso. Oltre otto anni di reclusione confermati per i volti noti della protesta del 9 ottobre 2021: otto anni e sette mesi per Giuliano Castellino, otto anni e mezzo per Roberto Fiore e Luigi Aronica, e pene superiori agli otto anni per Luca Castellini, Salvatore Lubrano, Lorenzo Franceschi e Pamela Testa. Una stangata draconiana, degna dei reati di profilo eversivo o terroristico più grave, inflitta per un episodio il cui conto economico finale – stando alle stime ufficiali e documentate fornite dallo stesso sindacato coinvolto – ammonta in totale a circa 18.000 euro di danni materiali.
​Una cifra che in qualsiasi altro fascicolo processuale configurerebbe poco più di un danneggiamento aggravato, ma che in questo contesto si trasforma miracolosamente nel biglietto di sola andata per il carcere per quasi un decennio. Che in quella giornata di forte tensione sociale le intemperanze più gravi siano state compiute da esagitati e frange fuori controllo, del tutto sfuggite alla gestione degli organizzatori della piazza, è un dettaglio fondamentale che la narrazione togata preferisce spazzare frettolosamente sotto il tappeto pur di blindare una sentenza esemplare.
​Il vero e proprio corto circuito logico e morale, tuttavia, esplode quando si decide di allargare lo sguardo al resto delle cronache nazionali e al trattamento riservato a categorie ben diverse di manifestanti. Quando a mettere a ferro e fuoco interi quartieri delle nostre città sono i collettivi antagonisti, i centri sociali o la galassia della sinistra radicale – con bilanci drammatici fatti di vetrine infrante, auto private incendiate, bancomat sventrati e milioni di euro di devastazioni mandate direttamente sul conto dei soliti contribuenti e dei normali cittadini – la bilancia della giustizia ritrova improvvisamente una straordinaria, quasi affettuosa morbidezza.
​In quei casi, il copione giudiziario è fin troppo noto e collaudato: arresti che si sciolgono come neve al sole nelle aule di convalida, denunce a piede libero, percorsi di reinserimento o, nella peggiore delle ipotesi, una blanda sanzione per “manifestazione non autorizzata”.
​La lezione amara che emerge in modo inequivocabile da queste aule di tribunale è fin troppo trasparente e inquietante: la gravità del reato e l’entità della sanzione non si misurano più sulla reale pericolosità sociale dell’atto o sui danni effettivi provocati alla collettività, bensì sull’orientamento ideologico e sulla carta d’identità politica di chi lo commette. Se scendi in piazza con la tessera o la bandiera “sbagliata”, la punizione deve essere spietata e monito per il futuro; se invece devasti le città sotto i simboli giusti, la violenza diventa d’incanto una scusabile esuberanza giovanile da archiviare con un buffetto sulla guancia. Un sistema a due pesi e due misure che non ha più nulla a che fare con la giustizia equa, ma assomiglia sempre più a una resa dei conti a senso unico.

Guido Dellarovere

Coordinatore provinciale FUTURO NAZIONALE BIELLA