In merito all’articolo pubblicato ieri riguardante i presunti fatti di Graglia, dal titolo “Io, minacciata dai cacciatori che volevano entrare nel parco privato”, in qualità di Presidente Regionale di Federcaccia Piemonte mi trovo costretto a intervenire con fermezza per smontare una narrazione tanto falsa quanto tendenziosa, confezionata ad hoc da un giornalismo anti-caccia che non si preoccupa minimamente di verificare le notizie.
Siamo stanchi di assistere al solito “assalto alla baionetta” mediatico contro gli onesti cacciatori, dipinti come criminali sulla base delle dichiarazioni di figure palesemente esaltate e prevenute contro il mondo venatorio. La realtà dei fatti è radicalmente diversa da quella raccontata da questa “povera signora” e acriticamente riportata dalla stampa.
Partiamo dai fatti e dal luogo: il residence Grand Hotel di Graglia non ha una recinzione sulla totalità del suo confine. Non esistono giardini all’inglese o parchi storici inviolabili: si tratta semplicemente del bosco adiacente al condominio. Qualunque cittadino o cacciatore, camminando per i boschi, può trovarsi nelle vicinanze del fabbricato.
Ieri non c’è stata alcuna aggressione, nessuno strattonamento e nessuna minaccia da parte degli otto cacciatori. La battuta di caccia era già terminata e gli uomini erano completamente disarmati. Si trovavano lì per un unico, legittimo motivo: recuperare i propri cani. L’articolista si dimentica però di raccontare il vero reato della giornata: la signora ha sottratto i radiocollari dei cani, strumenti tecnologici dal valore di diverse centinaia di euro.
La signora, probabilmente ignorando che i moderni collari sono dotati di sistemi di georeferenziazione satellitare, non sapeva che i cacciatori vedevano in tempo reale la posizione esatta dei dispositivi sui loro palmari. Quando è stata avvicinata – pacificamente – per chiederne la restituzione, la donna ha tenuto un atteggiamento del tutto scorretto: si è allontanata a bordo della sua auto con manovre al limite del codice della strada, per poi gettare i collari lungo la via, dove i proprietari li hanno poi recuperati seguendo la traccia GPS.
Siamo di fronte a un paradosso inaccettabile: per certa stampa è più grave la regolare attività venatoria rispetto al furto di attrezzature private. C’è un godimento intrinseco nel voler screditare il nostro mondo, salvo poi essere i primi ad alzare la voce per chiedere l’intervento dei cacciatori per il contenimento dei cinghiali o delle specie dannose all’agricoltura e alla viabilità. Questa volta i cacciatori non hanno nessuna colpa. Non hanno mancato di rispetto a nessuno, volevano solo la restituzione del proprio materiale ingiustamente sottratto.
A integrazione di quanto accaduto, desidero comunque chiarire con fermezza la posizione ufficiale di Federcaccia Piemonte:
La nostra associazione promuove da sempre un’attività venatoria improntata alla massima legalità, al rispetto delle regole, dell’ambiente e della sicurezza di tutti i cittadini. Ricordiamo che il legislatore stabilisce paletti e distanze precise per l’esercizio della caccia nei pressi delle abitazioni e dei fondi chiusi, norme che ogni cacciatore abilitato è tenuto a conoscere e rispettare scrupolosamente.
Condanniamo senza esitazione qualsiasi comportamento verbale o fisico aggressivo, intimidatorio o fuori dalle righe, qualora accertato dalle autorità competenti e non solo raccontato da chicchessia. Tali atteggiamenti non rappresentano in alcun modo la comunità dei cacciatori piemontesi, li quali operano nel pieno rispetto della legge e del territorio.

Guido DELLAROVERE
Presidente F.I.D.C. Regione Piemonte
