IL DARDO del 4 OTTOBRE 2026 – L’ideologia in corsia e lo Stato ostaggio dei cavilli: la giustizia negata alle vere vittime

Un monosillabo basta a neutralizzare lo Stato. Un semplice «no» pronunciato da un condannato per violenza sessuale annulla il decreto di espulsione e lo restituisce alla libertà, per le strade della stessa città in cui ha consumato il suo reato.
È la sintesi drammatica della vicenda di Ravenna, dove un cinquantasettenne irregolare, già destinatario dell’ammonimento del questore per atti persecutori, ha aggredito e palpeggiato una ragazza di vent’anni affetta da autismo all’uscita da un centro educativo. Un quadro clinico e giudiziario che non ha impedito alla giustizia di rimodulare al ribasso la pena in appello a due anni e otto mesi, derubricando la violenza a fatto di «minore entità». Ma il vero cortocircuito istituzionale si è consumato al momento di applicare la misura amministrativa del trattenimento presso il Centro per i Rimpatri (Cpr).
Il cavillo e il rifiuto: la resa del Viminale
Per l’accesso al Cpr la normativa prevede una preventiva certificazione d’idoneità sanitaria. Essendo la visita medica un atto soggetto al consenso informato, all’uomo è bastato negare il proprio placet per rendere ineseguibile il trasferimento. Un meccanismo paradossale che affonda le proprie radici nelle direttive operative emanate nel 2022 sotto la gestione del Ministero dell’Interno guidato da Luciana Lamorgese. Di fatto, l’ordinamento subordina la tutela della sicurezza pubblica alla volontà dell’effetto da espellere, trasformando un diritto garanzista in uno scudo di impunità.
L’inchiesta di Ravenna: quando il camice diventa militanza
L’episodio del cinquantasettenne s’inserisce tuttavia in un contesto ben più vasto e sistemico, finito al centro di un’indagine della Procura di Ravenna che ha travolto il Reparto di Malattie Infettive dell’ospedale cittadino. Tra l’autunno del 2024 e i primi mesi del 2026, su 64 cittadini stranieri irregolari condotti in struttura per il giudizio d’idoneità al Cpr, soltanto 20 sono stati certificati come idonei. Quarantaquattro soggetti sono tornati in libertà: 10 per aver rifiutato l’accertamento e 34 perché dichiarati non idonei per ragioni sanitarie. Negli ultimi cinque mesi della rilevazione, il tasso di idoneità rilasciato dal reparto è stato pari a zero.
Le verifiche degli inquirenti — che vedono attualmente indagati vari sanitari per falso ideologico e associazione per delinquere, con diversi provvedimenti di sospensione ed esecuzione di perquisizioni in più città — dipingono un quadro in cui la diagnosi medica sarebbe stata piegata a giudizio politico. Le patologie riscontrate, perlopiù casi di tubercolosi o scabbia, non avrebbero dato luogo ad alcun protocollo terapeutico o isolamento cautelare, rimettendo di fatto in circolo soggetti potenzialmente contagiosi.
Le intercettazioni agli atti mostrano una dinamica di gruppo orientata a contestare l’esistenza stessa dei Cpr, considerati a prescindere «luoghi patogeni», trasformando la funzione medica in una forma di disapplicazione sottobanco della legge. Secondo le ricostruzioni investigative, almeno dieci tra i soggetti rimessi in libertà a causa dei referti di non idoneità avrebbero successivamente reiterato condotte criminose sul territorio.
Il riflesso politico: la difesa dell’establishment
Le risultanze dell’inchiesta giudiziaria hanno prontamente innescato la reazione delle forze politiche dell’opposizione. Un folto gruppo di parlamentari del Partito Democratico ha promosso un’interrogazione rivolta ai Ministri della Giustizia e della Salute, censurando le modalità delle perquisizioni svolte nei confronti dei medici e paventando la lesione della dignità della professione sanitaria, fino a chiedere l’invio di ispettori ministeriali presso la Procura procedente.
Una presa di posizione che evidenzia la frattura culturale della sinistra contemporanea: la propensione a tutelare la burocrazia ideologizzata e l’attivismo giudiziario o sanitario, anziché farsi carico della domanda di protezione che proviene dalle fasce più vulnerabili della popolazione. Quando le tutele ideologiche confliggono con la protezione delle vittime reali — donne, persone con disabilità, cittadini dei quartieri periferici —, l’architettura progressista finisce per privilegiare la narrazione astratta dell’accoglienza, scaricando i costi sociali della sicurezza sulla collettività.

L’impegno di Futuro Nazionale resta incrollabile: difendere la legalità senza se e senza ma, restituire sicurezza ai nostri quartieri e rimettere la sovranità del popolo italiano al centro delle istituzioni.

Guido Dellarovere coordinatore provinciale| Futuro Nazionale Biella