Ci sono automatismi della politica nostrana che non smettono mai di ripetersi, quasi fossero spinti da una disperata necessità di autoconservazione. Quando una certa parte politica non ha più argomenti, quando il Paese affronta problematiche reali — dal lavoro alla pressione fiscale, dalla sicurezza all’identità delle nostre comunità — scatta puntuale il solito, stanco e logoro riflesso condizionato: la caccia alle streghe neofasciste.
L’ultimo episodio andato in scena a Verona ne è la dimostrazione lampante e, se non fosse per la mestizia con cui certi toni vengono imposti al dibattito pubblico, farebbe persino sorridere.
Alla fine di aprile, dai canali ufficiali dell’ANPI veronese veniva lanciato l’ennesimo allarme democratico. La bandiera tricolore sopra la sede dell’associazione era stata danneggiata, l’asta piegata. Subito la narrazione si è accesa dei soliti toni drammatici: «Un gesto vile e simbolicamente grave», il richiamo alla fine del regime, l’accusa velata ma trasparente al solito «vuoto culturale» di chi non si allinea ai soliti dogmi di parte. Per giorni si è gridato al rigurgito nostalgico, all’attacco squadrista, alla democrazia sotto assedio nella città scaligera.
Poi però arrivano le indagini, quelle vere, condotte dalle forze dell’ordine senza il filtro dell’ideologia. E cosa scoprono gli inquirenti? Nessun manipolo di camicie nere, nessuna regia sovversiva, nessun complotto neofascista. A compiere il presunto “attacco alla democrazia” sono stati tre giovani studenti spagnoli, reduci da una notte di goliardia e alcol, che si sono messi nei guai per un gesto sciocco e privo di qualunque movente politico.
L’impalcatura ideologica crolla così sotto il peso della realtà. E la montagna di indignazione a comando si dissolve nell’ennesima figuraccia.
Questo episodio non è un caso isolato, ma il sintomo di un male più profondo che affligge la sinistra e i suoi storici megafoni. L’antifascismo da passerella è diventato l’unico vero collante di una forza politica ormai svuotata di idee, incapace di parlare al Paese reale e terrorizzata dal confronto sui temi concreti. Quando la realtà smentisce le loro teorie, l’unica soluzione rimane quella di inventarsi un nemico, di evocare lo spauracchio del passato per giustificare la propria esistenza nel presente.
A questi signori vorremmo dire con chiarezza: l’Italia non ha bisogno di guardiani della memoria a senso unico né di continue paranoie ideologiche per distrarre i cittadini dai veri problemi. Mentre loro continuano a inseguire fantasmi ideologici, Futuro Nazionale c’è ed è in prima linea per affrontare le cose reali: la tutela delle famiglie, la crescita delle nostre imprese e la concretezza di cui gli italiani hanno quotidiano bisogno
È tempo di superare queste dinamiche grottesche e di tornare a fare politica per il futuro della nazione, lasciando la caccia ai fantasmi a chi non ha davvero più nulla da dire.
Guido Dellarovere

