Lasciate ogni speranza, voi che li votate…
C’era una volta il Centrodestra. Quello che parlava di identità, tradizione, famiglia, valori, appartenenza e difesa di una certa idea della società. C’era, appunto. Perché oggi, a quanto pare, dobbiamo aggiornare il vocabolario politico: Centrodestra sì, ma con tanto di patrocinio al Pride.
La notizia è ormai ufficiale: la Giunta comunale di Vercelli ha votato una delibera con la quale concede il patrocinio e il sostegno al Vercelli Pride 2026.
E allora una domanda sorge spontanea: ma siamo sicuri che sia ancora Centrodestra?
Sia chiaro: ognuno è libero di partecipare alle manifestazioni che preferisce, di vivere la propria vita come meglio crede e di rivendicare pubblicamente le proprie convinzioni. Nessuno mette in discussione le libertà individuali. Il problema, semmai, è politico. Perché quando un’amministrazione comunale decide di concedere il proprio patrocinio e il proprio sostegno a una determinata manifestazione, compie una scelta politica, istituzionale e simbolica.
E quella scelta, piaccia o non piaccia, dice qualcosa.
Dice che una Giunta che si presenta agli elettori come espressione del Centrodestra ritiene coerente mettere il proprio simbolo istituzionale accanto a una manifestazione come il Pride.
Benissimo. Ma allora sarebbe il caso di dirlo con chiarezza agli elettori.
Perché il problema non è il Pride. Il problema è la coerenza.
Se il Centrodestra contemporaneo ha deciso che identità, tradizione, famiglia e valori che per decenni hanno rappresentato una parte importante della sua cultura politica sono ormai concetti da archiviare, lo dica apertamente. Se invece continua a utilizzare quelle parole durante le campagne elettorali, salvo poi comportarsi in maniera diametralmente opposta quando arriva nelle stanze del potere, qualche elettore potrebbe legittimamente sentirsi preso in giro.
La politica, del resto, non dovrebbe essere un gigantesco gioco delle tre carte.
Un voto si chiede sulla base di idee, programmi e valori. E chi vota Centrodestra dovrebbe poter ragionevolmente aspettarsi che quelle idee, quei programmi e quei valori trovino una qualche forma di applicazione anche nelle scelte amministrative.
Altrimenti accade qualcosa di molto semplice: durante la campagna elettorale si parla alla pancia dell’elettorato, dopo le elezioni si governa guardando altrove.
E così il Centrodestra finisce per diventare una curiosa creatura politica: abbastanza di destra per chiedere il voto a chi crede nella tradizione, ma sufficientemente progressista quando arriva il momento di distribuire patrocini e sostegni istituzionali.
Una metamorfosi davvero interessante.
Per carità, qualcuno dirà che concedere un patrocinio non significa condividere ogni parola, ogni slogan o ogni posizione espressa durante il Pride. Ed è formalmente vero. Ma la politica vive anche di simboli. Un patrocinio istituzionale non è una semplice stretta di mano: è una scelta dell’amministrazione, un riconoscimento, una forma di legittimazione pubblica.
Ed è proprio qui che dovrebbe aprirsi una discussione seria all’interno dell’elettorato di Centrodestra.
Non per impedire il Pride. Non per limitare le libertà di nessuno. Ma per chiedersi se questa sia davvero la direzione politica per la quale gli elettori hanno consegnato il proprio voto.
Perché se la risposta è sì, allora prendiamone atto: il Centrodestra è cambiato.
E forse sarebbe il caso di cambiare anche il nome.
Agli elettori che continueranno a votarlo, naturalmente, non resta che una consolazione: potranno sempre dire di non averlo saputo.
Ma, dopo questa delibera, sarà decisamente più difficile.
Lasciate ogni speranza, voi che li votate.
Perché il Centrodestra che conoscevate potrebbe essere rimasto soltanto nei manifesti elettorali.
Dario ANGIONO
