Per un solo voto il Parlamento respinge l’emendamento che avrebbe restituito agli elettori la possibilità di indicare direttamente i propri rappresentanti. Il voto segreto impedisce di sapere chi, nei fatti, ha sostenuto o affossato la riforma.
La Camera dei deputati ha respinto, con voto segreto, l’emendamento che avrebbe reintrodotto il voto di preferenza nella nuova legge elettorale. Il risultato finale – 188 voti contrari contro 187 favorevoli – fotografa un’Aula profondamente divisa su uno dei temi più delicati della rappresentanza democratica.
Il dato assume un significato ancora maggiore se si considera che il centrodestra dispone, sulla carta, di circa 240 deputati alla Camera. Eppure l’emendamento, nato dalla mediazione raggiunta ai vertici della maggioranza dopo giorni di trattative, è stato clamorosamente respinto.
La proposta prevedeva un compromesso: primo candidato della lista bloccato e la possibilità di esprimere fino a tre preferenze sugli altri candidati. Una soluzione che avrebbe restituito agli elettori una parte del potere di scelta, mantenendo al tempo stesso l’impianto della riforma.
Il voto segreto ha fatto emergere tutte le contraddizioni della maggioranza. Non è possibile sapere quanti siano stati i cosiddetti “franchi tiratori” né da quali gruppi provenissero, ma un margine di un solo voto su un tema così rilevante rappresenta inevitabilmente un segnale politico.
Da anni si parla di astensionismo, di crisi della partecipazione e della crescente distanza tra cittadini e istituzioni. Eppure, quando si presenta l’occasione di rafforzare il rapporto tra eletti ed elettori, prevale ancora un sistema che affida alle segreterie dei partiti la selezione della futura classe parlamentare.
Le preferenze non risolvono tutti i problemi della politica italiana, ma rafforzano la responsabilità personale di chi si candida. Chi aspira a rappresentare il Paese dovrebbe conquistare il consenso con il proprio lavoro, la competenza e il radicamento sul territorio, non esclusivamente grazie alla collocazione in lista.
Su questo punto Futuro Nazionale è stato coerente. Roberto Vannacci ha sostenuto con chiarezza la necessità di restituire agli italiani la possibilità di indicare direttamente i propri rappresentanti, riaffermando un principio semplice: la sovranità appartiene al popolo, non alle segreterie dei partiti.
Fa riflettere anche il ricorso al voto segreto. Pur essendo previsto dal Regolamento della Camera per le leggi elettorali, ha impedito ai cittadini di conoscere il comportamento dei singoli parlamentari proprio su una riforma che riguarda il loro diritto di voto.
Il numero finale resterà agli atti: 188 contro 187. Ma oltre ai numeri resta una domanda politica. Se davvero si vuole ricostruire il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, perché continuare a limitare la possibilità di scegliere i propri rappresentanti? Una democrazia solida non teme il giudizio del popolo: lo considera la propria forza.
Guido DELLAROVERE

